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mercoledì 7 marzo 2018

Prima lezione di metodo storico

     Recensione: Sergio Luzzatto (a cura di), Prima lezione di metodo storico, Editori Laterza, Roma–Bari 2010, pp. 206.
Prima lezione di metodo storico
     La metodologia della ricerca storica si fa carico delle domande sul modo di studiare e di raccontare la storia. Marc Bloch avrebbe asserito la necessità che lo storico sia in grado di rivolgersi con una semplicità da eletti sia ai dotti che ai meno eruditi. È in effetti una sfida appassionante a patto che gli storici si impegnino a invitare il pubblico all’interno della loro officina per illustrare concretamente come se ne utilizzano gli strumenti.
     L’autore premette la definizione di fonte data da Tullio De Mauro: «spec. al plurale, i documenti scritti da cui trarre dati e testimonianze per la ricostruzione di un determinato periodo storico» e la giudica inadeguata perché le fonti dello storico non sono solo scritte. Da tale assunto parte una serie di esemplificazioni volte all’immersione nelle svariate tipologie di fonti. Un viaggio ambizioso dietro le quinte della storia, anche se ancor più grande è l’obiettivo di rendere pragmatico il terzo asse di orientamento dell’attività dello storico secondo Le Goff: la possibilità di attuare una visione prospettica degli eventi storico–sociali.
     Nel saggio Il ronzino del vescovo. Una fonte notarile, Barbero ci conduce nel 1211 rammentandoci di quanto il caso sia stato favorevole a donarci questa fonte. Trattandosi di un alterco tra il Vescovo di Ivrea e un suo dipendente, Bongiovanni, per le prestazioni a cui quest’ultimo è obbligato in cambio delle terre che tiene in feudo dalla Chiesa, il documento venne conservato nell’Archivio della Chiesa d’Ivrea perché fu il vescovo a vincere la causa. Se l’avesse persa, solo Bongiovanni e i suoi eredi avrebbero avuto interesse a conservare la documentazione che probabilmente sarebbe andata persa. Il fulcro della vicenda è lo status sociale di Bongiovanni con la pretesa di essere un nobile e non un villano. L’attenzione è posta su un fatto quotidiano che in realtà può svelarci il funzionamento concreto della società medievale nelle relazioni economiche e nei rapporti di potere in un’Italia e in un’epoca in cui essere nobili non era una condizione giuridica precisa e indiscutibile.
     In Storie di fantasmi, progetti di crociata. Una fonte epistolare, Niccoli analizza una pratica sociale frequente: quello dell’epistola di tipo pubblico nella quale si ripropongono elementi appartenenti alla mitologia germanica come il mito dell’esercito furioso guidato dal dio Wotan. Il luogo delle apparizioni descritte esiste realmente, ma all’intera lettera si attribuì valore profetico tanto da indire una crociata contro i Turchi. Il contributo mostra la fuoriuscita della notizia dagli spazi geografici unita ad un’attualizzazione del mito.
     Levi tenta di ricostruire i consumi del passato in Il consumo a Venezia. Una fonte contabile. L’autore svela una carenza degli inventari post mortem che delineano una continuità possessoria familiare, mentre una lettura attenta dei libri della spesa permette che si evincano le regole condivise di economia domestica. Eppure la relazione consumo–reddito non è sufficiente a spiegarci i comportamenti dei consumatori se non si esaminano i comportamenti disaggregati del consumo in epoche precontemporanee.
     Si è soliti sostenere che anche i falsi costituiscano la storia. La storia può reggersi per secoli su un falso e quest’ultimo viene opportunamente impiegato come fonte. È il caso sollevato da Bizzocchi in Certezze granitiche. Una fonte epigrafica. Una raccolta di iscrizioni latine giudicata irrinunciabile avrebbe invece inglobato un marmo falso, un’iscrizione sepolcrale anacronistica.
     Roscioni si occupa di L’omicidio funesto del principe Savelli. Una fonte cronachistica alla scoperta dell’interesse di alcuni scrittori verso le collezioni di antichi manoscritti relativi a omicidi, avvelenamenti e intrighi riguardanti le più importanti famiglie aristocratiche romane. Avvincente quanto ermetica è la descrizione dell’omicidio di un giovane rampollo dell’antica famiglia romana dei Savelli. Nella vicenda si alternano nomi come Papa Paolo III, Margherita d’Austria, figlia dell’imperatore Carlo V e luoghi come il manicomio «pazzarelli» di Roma. Documentazioni lacunose, mancanza di riscontri oggettivi, dati biografici e cronologici inducono a dubitare sul corso degli eventi al punto che la cronaca dei fatti sfugge a una ricostruzione certa.
     Lupo compone Fare un monumento di se stesso. Una fonte oratoria analizzando fonti dirette in merito a ciò che la politica dice di se stessa e del modo in cui si presenta al pubblico. L’oggetto dello studio è costituito dai discorsi di Francesco Crispi pronunciati in pubbliche riunioni tra il 1881 e il 1884. Il protagonista, considerato in possesso di tutte le virtù del leader carismatico, rivolgendosi ai cittadini che l’hanno rieletto alla Camera, raffigura sempre se stesso a cavallo tra passato e presente. Come uomo di partito e uomo di nazione. Celebra i propri successi e persino le sconfitte del passato perché vuole presentarsi all’insegna della coerenza.
Hey you! Roy Lichtenstein
     L’uomo col dito puntato. Una fonte iconografica elaborato da Gibelli affronta la tematica delle fonti figurative, le stesse che ci mettono in contatto con le opere prodotte dall’uomo con intento artistico: figurativo, ma anche letterario e teatrale. Sono linguaggi diversi tra loro, con un elemento comune: essere il frutto dell’invenzione creativa. Quando si affronta uno studio servendosi di materiale iconografico, è fondamentale individuarne la collocazione nel tempo, nel contesto e le finalità originarie. Qui si colloca il fulcro della questione poiché Gibelli passa in rassegna ben tredici manifesti con caratteristiche simili, ma ubicati in periodi storici e paesi differenti. L’obiettivo è di individuare le architetture di sfondo che inglobano i singoli avvenimenti. Quello del “dito puntato” è un simbolo utilizzato anche diversi anni dopo l’impiego originario, pertanto subentra l’elemento del pregiudizio ottico, ossia quel motore insito nell’artista, il quale non agisce senza una tradizione e dei modelli già osservati a livello conscio o inconscio.
ZIO SAM Uncle San Usa La scorribanda legale
     Nel saggio «Cara Kitty». Una fonte diaristica il curatore del testo focalizza l’attenzione su uno dei documenti più importanti della seconda guerra mondiale la cui attendibilità è stata messa in dubbio dal diffondersi della tesi complottista. Dubitare della veridicità dei contenuti del diario di Anne Frank vorrebbe dire negare l’esistenza delle camere a gas di Auschwitz e dichiarare falsa la Shoah. La discussione metodologica è animata dato che, pur derivando da un documento autentico, il diario di Anne, a partire dai manoscritti originali presenta numerose differenze di traduzione, di edizione e anche il ruolo di Otto Frank pare sia stato cruciale. Il testo originale è stato manipolato, ma si tratterebbe di un falso per interpolazione che per sua natura prevede un rimaneggiamento di carte autentiche mantenendo uno sfondo veritiero.
     Il figlio dell’eroe. Una fonte orale di Cesellato prende in esame la testimonianza dell’esponente di ultima generazione Cervi, simboli della Resistenza italiana. È impossibile schivare il monito di Luzzatto nella premessa, quando sostiene la gravità metodica del confondere la memoria con la storia; il testimone di determinati eventi per un interprete attendibile dei medesimi eventi. La verità non viene stabilita dai ricordi di un individuo piuttosto che dal giornalista che ha scritto una biografia.      Le fonti andrebbero intrecciate per garantire coerenza agli avvenimenti.
     Gotor mostra una sorprendente evoluzione storica in L’isola di Wikipedia. Una fonte elettronica
     Partendo dall’enciclopedia di Diderot e d’Alembert si giunge al libro postumo Lezioni americane, nel cui quinto capitolo Calvino si dedicò alla categoria della molteplicità. Emerse l’idea di una enciclopedia aperta, aggettivo in contraddizione con il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo circoscrivendola. In realtà si stava già prefigurando l’idea di enciclopedia aperta, cumulativa e collaborativa che sarebbe stata Wikipedia a partire dal 2001. Nel ’38 lo scrittore di fantascienza Herbert George Wells anticipò un simile progetto quando scrisse nel saggio World Brain: «è probabile che l’idea di enciclopedia subisca un’evoluzione considerevole della sua estensione ed elaborazione. Probabile è lo sviluppo di un nuovo organo mondiale capace di riunire, indicizzare, riassumere e rendere disponibili le conoscenze. Un tale organo sarà più efficace delle note a piè di pagina».

mercoledì 3 gennaio 2018

Viaggio nella storia sociale

     Recensione: Paolo Sorcinelli, Viaggio nella storia sociale, Bruno Mondadori, Milano 2011, pp. 167.
     Contro il tangibile distacco che i giovani manifestano nei confronti della storia l’autore presenta un antidoto: conducendoci in un Viaggio nella storia sociale permetterà ai lettori di scoprire eventi, circostanze e atteggiamenti imprigionati nelle false pieghe della storiografia tradizionale. Al termine del viaggio, un insegnamento: così come gli individui singolarmente hanno bisogno della propria identità, la popolazione intera ha bisogno di un’identità collettiva in cui affondare le proprie radici storiche.
Viaggio nella storia sociale
     La nascita della storia sociale, nel Novecento, ha fatto emergere nuovi personaggi appartenenti ad una minoranza di uomini che la storia ha sempre trascurato. Il proscenio del passato si arricchisce di sfumature fino a lambire coloro che si sono trovati ai margini della storia. La storia sociale amplia gli orizzonti conoscitivi e di ricerca rivalutando i soggetti senza storia, ma soprattutto impiegando nuove fonti. L’autore si sofferma sul paradosso degli scarti della storia: le cose più semplici e quotidiane risultano essere quelle maggiormente sconosciute.
     L’opera intende mostrare le difficoltà incontrate dagli storici, i quali sono alle prese con i tasselli che il tiranno passato ha generosamente concesso loro, ma quelle informazioni non si presentano lineari e talvolta potrebbero essere distorte, falsate (si pensi alle retoriche di regime). Inoltre la storia non somiglia ad una formula dotata di consequenzialità logica. Ne deriva un “fare storia” come mestiere irto di ostacoli e strettamente legato al criterio dell’interpretazione delle fonti. Poiché il passato è complesso, ricostruirlo non consentirà di poterlo rappresentare nella sua interezza perché mai sarà possibile risalire a tutti gli aspetti che lo hanno caratterizzato.
     La storia sociale vede il suo faro nella storia della famiglia ed è proprio in corrispondenza dei primi studi sugli aggregati domestici che si è intuito che l’impianto economico e demografico lasciava trasparire questioni nuove rientranti nel campo della sociologia e dell’antropologia. Si iniziò a scoprire un sipario che celava i temi fondamentali dell’esistenza umana: la salute, l’alimentazione, la morte, la religiosità, la sessualità. Poiché un nucleo familiare nel corso del tempo è soggetto a mutamenti che possono determinarne l’ampliamento o meno in ragione di fattori sociali, politici e religiosi, lo studio della famiglia dovrà prendere in considerazione numerose linee di forza. Dal tema della famiglia scaturirà lo studio della donna e dell’infanzia, il concetto di matrimonio, di intimità coniugale, di fecondità con i suoi incoraggiamenti politici (Mussolini) e i comportamenti volti a impedirla.
     Società e cultura del passato sono intarsiate di événement ed è la loro correlazione e contestualizzazione che svela i meccanismi interni di una società e la Weltanschauung dei suoi cittadini.
     Sul versante della salute e della storia sanitaria scopriamo le misure messe in atto per contenere la mortalità e per arginare le occasioni di contagio epidemico. Il rigoglioso sviluppo della storia sanitaria si deve all’apporto di altre discipline. La storia dei grandi medici e della scienza vede emergere le storie dei medici minori mediante i loro appunti dattiloscritti, ma a inebriare lo sfondo vi sono le microstorie dei malati.
     Una moltitudine di temi esistenziali e drammatici si intreccia nelle cartelle cliniche e nelle corrispondenze dei ricoverati nei manicomi. Il senso di smarrimento che traspare dagli scritti dei pazienti si concretizza nelle cure poco ortodosse destinate a individui che spesso accusavano solo i sintomi dello stress post–traumatico derivante dalle atrocità dei conflitti mondiali. Bombardamenti, incursioni dal cielo garantite dall’aviazione, potenziamento dell’artiglieria si tradussero in crisi isteriche, attacchi di panico, disturbi nervosi o più sinteticamente nel fatto che la guerra, per chi l’ha combattuta, non ebbe termine nel ’45, ma si protrasse per il resto dell’esistenza. Le terapie all’interno dei manicomi erano incentrate sulla somministrazione di sostanze ipnotiche, sedative, cardiocinetiche, stimolanti, ceppi malarici, dosi di insulina tali da provocare il coma diabetico e sedute di elettroshock.
     Viaggio nella storia sociale spesso si presenta come un invito ad analizzare documenti inediti alla personale scoperta delle condizioni di vita e della visione del mondo dei nostri predecessori. È il caso delle memorie e delle lettere informali volte a imbastire uno scambio epistolare tra il fronte e gli affetti. Da esse si evince il senso della vita e un diverso declivio della storia fatto di sogni, speranze, ambizioni, aspettative, progetti. Quelle contenenti i diversi punti di vista della storia sono le tracce meno propense ad emergere poiché custodite negli archivi familiari.
     La scrittura ha rappresentato un bisogno improcrastinabile degli individui che, spinti dalla brama di comunicare e imprimere su carta vicende, emozioni e vissuti, hanno imparato a scrivere nel periodo dell’arruolamento.
     Numerose sono le visuali in merito all’argomento alimentazione quotidiana e spesso le fonti sono da ricercarsi nelle tabelle dietetiche delle comunità religiose, degli ospedali o degli istituti assistenziali. Scarso e spesso di cattiva qualità era il cibo nelle società del passato. Spesso la gente moriva di inedia, un epilogo della vita che oggi non riusciremmo a immaginare. Il testo ripercorre anche le conoscenze alimentari consolidate in Antico Regime e i rimedi culinari ad alcune malattie. Tuttavia la diffusione della pellagra, causata da carenza vitaminica (B e PP) era causata da un regime alimentare improntato quasi esclusivamente sul mais che a differenza del grano non contiene la vitamina citata. Chi contraeva la pellagra manifestava evidenti sintomi a carico del sistema nervoso e finiva i suoi giorni rinchiuso in un ospedale psichiatrico. È interessante scoprire quali fossero le abitudini alimentari e sociali legate alla gestazione e al puerperio considerando che era impossibile soddisfare il fabbisogno nutrizionale di una donna in dolce attesa e che nel primo anno di vita  l’infante era vulnerabile a gastroenteriti fatali.
     L’analisi delle passioni è desumibile dallo studio dell’illecito e della trasgressione utili a definire i contorni di ciò che nelle diverse epoche era considerato lecito. Così come i falsi fanno la storia perché per diverso tempo la storia verte su fonti manipolate, anche la trasgressione può delineare i tratti somatici della storia. 
     Tra gli scarti della storia ritroviamo, come ribadisce Le Goff, anche il corpo, quasi sempre celato, mortificato, deforme, ossuto. In particolare il corpo femminile e la donna stessa sono stati oggetto di demonizzazione ed esaltazione nell’alternanza tra la donna angelicata e la donna identificata con il peccato.
     Dal corpo si slitta verso l’argomento dell’igiene, della “pulizia secca” altrimenti detta pratica dello spulciarsi, della concezione dell’acqua calda come responsabile della dilatazione dei pori ai miasmi pestilenziali e del fare il bagno come segno di prestigio.
     Il viaggio si conclude con la necessità che sia chiaro il bisogno di avere delle radici storiche, una memoria collettiva che si trasmetta nelle generazioni e che sviluppi un senso di identità ed un  sense of past che ha condizionato il nostro presente ed inciderà sul futuro. Ecco allora che spicca il concetto di “luogo della memoria”, di heritage, di patrimonio che i singoli e la collettività riconoscano per mezzo della memoria collettiva.
     Dalle ricorrenze nazionali e istituzionali, dai monumenti che trasformano gli eventi in qualcosa da celebrare si giunge alla possibilità di diventare storiografo del proprio ciclo di vita attraverso uno strumento innovativo e democratico quale la fotografia. Inaugura un senso di percezione della nostalgia specialmente nella diffusione nei periodi bellici. Permette all’individuo di perpetuarsi e di incastonarsi lasciando una traccia di sé e della sua fisionomia in un preciso momento. Possono costituire una memoria del privato o estendersi a opportunità di memoria collettiva nel caso di libri fotografici dedicati a paesi o città. 
     Infine una dissertazione sulla difficoltà che la fotografia ha incontrato nell’affermarsi come documento storico perché per troppo tempo considerata un puro corredo illustrativo. Ma anche ritenere che il linguaggio fotografico sia immediato è un grave errore: l’immediatezza è solo apparente in quanto sono assolutamente necessarie tecniche di lettura e criteri interpretativi differenti rispetto a quelli applicati all’elaborazione delle fonti cui usualmente ricorre lo storico. 

giovedì 7 dicembre 2017

Gli uomini, il tempo e la polvere

     Recensione: Giovanna Da Molin – Angela Carbone, Gli uomini, il tempo e la polvere. Fonti e documenti per una storia demografica italiana (secc. XV – XXI), Cacucci Editore, Bari 2010, pp. 229.
     In apertura si accenna al boom demografico della popolazione mondiale, giunta a toccare i sette miliardi di persone e una disomogenea distribuzione territoriale. L’informazione desunta dal rapporto annuale del Population Reference Bureau di Washington costituisce un monito che induce la demografia ad occuparsi, anzi a preoccuparsi delle future capacità ricettive del globo che possono assommarsi in due macro categorie tra loro correlate: qualità della vita e tutela dell’ambiente. Riducendo la scala, osserviamo la realtà italiana investita, nel corso dei secoli, da profonde trasformazioni strutturali e di mentalità, che conferiscono un rilievo alla demografia contemporanea, le cui informazioni e previsioni risultano preziose al fine di coadiuvare la politica nella promozione di interventi socio–economici.
     Poiché presente e futuro non sono svincolati dal passato, bensì ne rappresentano la conseguenza, è fondamentale reperire e analizzare documenti e fonti d’archivio. La demografia storica ridona l’essenza alla vita e ai comportamenti degli individui del passato che hanno lasciato un segno sulla linea temporale e nella polvere, sia quella degli ambienti che facevano da sfondo alle vicende quotidiane e sia quella delle carte d’archivio.
     La demografia studia la popolazione, tutt’altro che un’entità statica perché soggetta a modificazioni che ne determinano il formarsi, il conservarsi e l’estinguersi. Il volume narra gli studi che hanno portato alla nascita della disciplina demografica che deve molto a un articolo di sole otto pagine di John Meuvret.
Da Molin Carbone Gli uomini, il tempo e la polvere Silvana Calabrese
     I luoghi della memoria, nomignolo pregno di significato attribuito agli archivi, custodiscono fonti di origine religiosa o civile, di stato o di movimento.
     Nel 1563 il Concilio di Trento rese obbligatoria e regolò la tenuta dei registri di battesimo e di matrimonio, mentre l’obbligo della redazione annuale degli Stati delle Anime e dei registri di sepoltura, da non confondere con quelli di morte, fu fissato nel 1614 con la Costituzione “Apostolicae Sedi” di Paolo V. Nonostante i limiti delle fonti, le modalità di compilazione dei documenti e le informazioni in essi contenute permettono lo studio dell’andamento dei fenomeni che coinvolgevano la popolazione nella sua evoluzione diacronica.
     Il lungo elenco di fonti storiche regala all’Italia il primato europeo: anche se redatto una sola volta nel Regno di Napoli, il Catasto Onciario resta una fonte prestigiosa perché indica i mestieri e contiene le dichiarazioni dei beni posseduti; le fonti notarili sono utili a ricostruire la devoluzione del patrimonio e i Capitoli Matrimoniali presentano la realtà della dote; il registro degli impediti a contrarre matrimonio e le deposizioni nei verbali dei processi conservano tracce della voce del popolo. La contestualizzazione delle fonti rimanda alle preoccupazioni destate da eventi catastrofici, ad esempio l’istituzione dei Calendari di Corte intendeva effettuare una verifica dell’ammontare della popolazione a seguito del famigerato “anno della fame”, il 1764. Le autrici esaminano le innovazioni derivanti dall’occupazione francese dei territori italiani e l’estensione del Code Napoléon che ha lasciato un’impronta indelebile per l’impianto dello stato civile e la produzione di fonti. Si elencano: il Tribunale misto, in seguito soppresso e sostituito dal Consiglio Generale degli Ospizi; il Regolamento ministeriale relativo al mantenimento dei projetti delle province; la Statistica Murattiana; lo Stato di Popolazione; il Ruolo Generale di Popolazione o Fogli di famiglia, germe della moderna anagrafe comunale. Degno di nota è il decreto napoleonico del 1811 che vieta l’attribuzione di cognomi infamanti agli esposti.
     A seguire si presenta un capitolo che ricostruisce un excursus della popolazione italiana in età moderna, profondamente segnata da guerre che, sia pur combattute con armi bianche non capaci delle devastazioni di una bomba atomica, costituivano un focolaio che avrebbe dato il via a devastanti ondate epidemiche. Si ricorda a questo proposito il tifo petecchiale, altrimenti detto malattia delle truppe in movimento per il suo elemento di trasmissione costituito dalla scarsa igiene che favoriva il proliferare dei pidocchi.
     Anche la lista delle malattie, per le quali non si conosceva eziologia, modalità di trasmissione e cura, è molto lunga: cito vaiolo, pellagra, malaria e colera. Eppure queste crisi di mortalità acute erano seguite da un naturale riequilibrio della popolazione che vedeva sbocciare il recupero dei livelli demografici per merito della ripresa della nuzialità, spesso tra vedovi, e della natalità.
     Qualcosa cambia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. I progressi in campo medico e sanitario, lo sviluppo economico e la costruzione di reti fognarie e idriche avviarono la transizione demografica in cui si verificò il passaggio da un regime demografico naturale a uno controllato. Nel corso del citato periodo si potè assistere a un incremento della vita media che mise in moto il fenomeno delle grandi emigrazioni dal paese. Inoltre si ridusse progressivamente il tasso di fecondità e al polo opposto si elevò l’indice di vecchiaia fino a giungere ai record che connotano l’Italia contemporanea.
     A portare alla luce la Toscana del Quattrocento mediante la ricostruzione della popolazione, costituita da circa 260.000 persone, è il Catasto Fiorentino datato 1427. Si tratta di un censimento avente per obiettivo la registrazione e la stima di beni al fine di stabilirne una tassazione. Tutte le possibili forme di ricchezza venivano inventariate e laddove la rendita fosse stata in natura, si provvide a realizzare un prontuario del valore monetario dei principali prodotti raccolti. È un catasto completo e laborioso, ma soprattutto attuale per il bisogno di scoprire gli evasori approntando una strategia di denunzia del prossimo incentivata da una ricompensa.
     Lo studio della popolazione del Regno di Napoli è resa possibile dalle numerazioni dei fuochi, una fonte civile e fiscale, la cui redazione risale al 1443 ad opera di Alfonso I d’Aragona. Il censimento ostiario era volto ad accertare il numero delle famiglie soggette al pagamento delle tasse.
     Le rilevazioni censuarie in Italia si effettuarono nel periodo post dominazione francese con riferimento a una rilevazione diretta, nominativa, universale e simultanea che oggi caratterizza il Censimento della popolazione. Il 1861 rappresenta uno spartiacque storico a partire dal quale lo Stato unitario avvertì la necessità di desumere informazioni statistiche che supportassero le scelte organizzative e di governo.
     L’opera ripercorre le generalità e gli scopi dell’organismo pubblico Istat che, oltre a immortalare la vita economica e demografica della penisola mediante il censimento, fornisce un’immagine dei temi sociali rilevanti attraverso le episodiche indagini multiscopo.
     Nel testo si prospetta la sfida della rilevazione della presenza straniera sul territorio italiano e gli escamotage adoperati dall’Istituto Centrale di Statistica per fronteggiare e limitare tale difficoltà.
Nella parte terminale del volume, le autrici si impegnano a rendere accessibili ai lettori Le misure della demografia, dedicando ampio spazio a due tipologie di appendici.
     Un’appendice metodologica spiega il gergo demografico seguito dagli indici di struttura della popolazione, che forniscono misure sintetiche dei fenomeni demografici, uniti a tassi generici e specifici volti a misurare gli eventi demografici.
     Infine un’appendice documentaria svela il fascino dell’esumazione dei documenti d’archivio. Vi sono le immagini di: registri di battesimo, atti di battesimo di figli legittimi ed esposti, registri di matrimonio, atti di matrimonio, registri di sepoltura, atti di sepoltura, stati delle anime, catasti onciari, registri di nascita, atti di nascita, registri di morte, atti di morte, Libro di Rota, ricevute di baliatico, atti di immissione negli Ospizi degli esposti, Regolamenti interni dei Conservatori, carte processuali della Corte d’Appello, Libri di introiti ed esiti, richieste di elemosina, documenti relativi alle malattie infettive e infine il frontespizio del foglio di famiglia del IX Censimento Generale della Popolazione del 4 novembre 1951. Una vetrina filatelica con l’insito potere di suggestionare il lettore stimolandolo nel desiderio di approfondire gli studi storici alla scoperta di dinamiche e vicende sociali, delle quali gli individui del terzo millennio sono figli. 
     La recensione è apparsa su «La Vallisa», Quadrimestrale di letteratura ed altro, anno XXXI, N. 92–93, Besa Editrice, Nardò (LE) 2012, pp. 127–129.

domenica 26 novembre 2017

Famiglia e infanzia nella società del passato (secc. XVIII–XIX)

     Recensione: Giovanna Da Molin, Famiglia e infanzia nella società del passato (secc. XVIII–XIX), Cacucci Editore, Bari 2008, pp. 368. 
     Vi sono stati dei mutamenti nei processi di formazione della famiglia, che l’hanno resa oggetto di ricerche multidisciplinari. Al suo fianco, e di pari spessore scientifico, c’è l’infanzia. L’obiettivo che il presente volume si pone è di ricostruire e indagare gli aspetti della vita quotidiana delle popolazioni del passato. Per questo l’opera propone in apertura un viaggio nella storiografia della famiglia, campo privilegiato di ricerche di storia sociale. Si ripercorreranno le fasi che hanno determinato lo sviluppo delle ricerche sulla famiglia sottolineando l’importanza dei contributi portati in dote dal Cambridge Group e da Peter Laslett, al quale si deve lo schema classificatorio sulle tipologie familiari ancor oggi impiegato negli studi demografici. Lo studio delle strutture familiari deve molto a una fonte redatta dai parroci ai fini della somministrazione della comunione agli abitanti in prossimità del periodo pasquale, lo Stato delle Anime. Oltre ad un’accurata analisi delle strutture familiari in età moderna è possibile esaminare, pur considerando la difficoltà nel reperire le fonti, le relazioni familiari e i rapporti di parentela: sono gli atti notarili a svelare l’intricata trama dei sistemi di devoluzione del patrimonio e di formazione della dote. I rapporti di parentela presentano un ulteriore elemento rafforzativo e diverse sfumature. La parentela fittizia, in particolar modo il padrinaggio, assume forme e significati differenti a seconda dei gruppi sociali: rafforzamento, ascesa o l’instaurarsi di legami clientelari che consentissero l’ascesa sociale. Una ricca bibliografia permette inoltre di disegnare i quadri territoriali sulla famiglia italiana dell’Ottocento, enucleando i fattori responsabili della struttura e della dimensione degli aggregati domestici.
Famiglia e infanzia Cacucci
     Gli Stati delle Anime, redatti con regolarità a partire dal 1614, sono carenti di una preziosa informazione, il mestiere, contenuta invece in una fonte redatta una sola volta nel Settecento, il Catasto Onciario che ha permesso di descrivere le principali dinamiche demografiche e sociali sulla Terra di Bari al tempo dei nostri avi. Si ricalca lo schema tradizionale delle popolazioni di Ancien Régime: un regime demografico caratterizzato da un’elevata natalità e da un’alta mortalità. Mancanza di igiene, medicine e adeguate strutture sanitarie rendevano il parto un momento delicato sia per la vita dell’infante che per quella della madre. Se il bambino sopravviveva, iniziavano altre difficoltà: scarsa pulizia della casa materna, allattamento trascurato per la necessità della madre di lavorare, svezzamento precoce con alimenti inadatti, erano causa di carenze organiche e della morte di tanti bambini. Le donne si sposavano quasi tutte in giovane età e per la mancanza di metodi contraccettivi mettevano al mondo molti figli destinati in buona parte a morire nel corso dell’infanzia.
     L’opera ci restituisce una realtà nella quale il matrimonio non è un atto d’amore, bensì una negoziazione tra famiglie il cui fulcro era determinato dalla dote, parte del patrimonio familiare e parte del capitale d’onore della famiglia, da conservare e, se possibile, accrescere evitando di contrarre matrimoni con persone socialmente inferiori.
     Le descrizioni degli ambienti operate dall’autrice permettono al lettore di riuscire a guardarsi intorno immaginando con nitidezza gli scenari abilmente rievocati: condizioni di arretratezza e scarsa igiene che costituivano una grave minaccia per lo stato di salute.
     Ancora una volta è il Catasto Onciario a consentire lo studio di Famiglia, demografia e società a San Severo. Devastato da un terremoto nel Seicento, il centro dauno completò la sua ricostruzione nel Settecento. Grazie all’indicazione del mestiere nella fonte si può osservare l’indice di vecchiaia con il suo andamento differenziato per categoria socioprofessionale sullo sfondo di un contesto quotidiano caratterizzato da condizioni di vita precarie.
     L’elevata fecondità tipica del regime demografico naturale trova la sua spiegazione nella percentuale elevatissima di donne sposate, un fattore unito alla bassa età alle nozze.
     Gran parte della popolazione era costituita da braccianti poveri. Gli infanti che superavano il critico quinto anno di vita ne trascorrevano il resto in abitazioni, costituite da un’unica stanza, il cui arredamento era ridotto all’essenziale con feritoie al posto delle finestre, alta percentuale di umidità, scarsa ventilazione, assenza di pavimento e coabitazione con gli animali. Ma l’infanzia non è solo quella all’interno della famiglia: Per miseria o per vergogna vi è l’infanzia abbandonata in Italia nell’età moderna unita a L’infanzia orfana in Italia nell’Ottocento. Modelli assistenziali e aspetti demografici e sociali. A partire da Philippe Ariès si scandaglia uno strato storico per lungo tempo inesplorato, la storia dell’infanzia. Il bambino è spesso orfano o indesiderato, fa il suo ingresso in un istituto assistenziale e diviene figlio/a della Madonna per poi acquisire l’appellativo di figlio/a dello Stato con le innovazioni napoleoniche e l’impianto dello stato civile. Durante il governo francese emerse la premura di abolire l’usanza di dare il cognome Esposito ai trovatelli. Sarebbe stato un marchio di infamia che li avrebbe bollati a vita.
     Lo studio del fenomeno dell’abbandono delinea una distinzione di genere e apre uno spiraglio sul destino dei piccoli, la cui esile vita risente dei luoghi dell’abbandono, a volte tra i più sperduti, cosa che rende labile il confine tra abbandono e infanticidio. Tuttavia l’istituzione della ruota degli esposti si tradusse in una possibilità di sopravvivenza per i figli non voluti, nonché nella garanzia di tutela dell’integrità e della reputazione delle fanciulle attrici del gesto. L’autrice prende in esame i segni e i messaggi che vanno a incastonarsi nel ricco linguaggio dell’abbandono. Risultano scissi i paradigmi assistenziali in base al genere, ma avevano in comune l’apprendimento di un lavoro, la rigida disciplina e la salda scansione delle attività quotidiane per evitare disordini derivanti dall’inoperosità.
Chi si occupa dello studio del fenomeno dell’abbandono non può tralasciare La Santa Casa dell’Annunziata di Napoli, la più grande e importante istituzione per trovatelli del Mezzogiorno d’Italia.
     L’esame delle caratteristiche demografiche degli esposti mostra un abbandono prevalentemente femminile in quanto i maschi rappresentavano una potenziale forza lavoro. Il fenomeno registrava picchi maggiori in corrispondenza dei mesi invernali e primaverili, nei quali si verificava un incremento esponenziale delle difficoltà economiche, ed anche nei periodi di carestie ed epidemie.
     Troppo lungo è l’elenco delle malattie fatali per i bambini e ancora misconosciute per l’epoca. Questo aspetto rende interessante la lettura del capitolo Luigi Somma, un medico all’Annunziata di Napoli a fine Ottocento. Descrisse l’atmosfera dei brefotrofi come malsana e responsabile dell’insorgenza di molte malattie. L’aria pura avrebbe giovato ai piccoli più di ogni altra medicina. Gli sbalzi di temperatura erano causa di frequenti malanni. Lo svezzamento era precoce e avveniva con alimenti poco adatti ai neonati. Si riporta la descrizione di una zuppa, ideata da un medico, ottenuta stemperando in acqua e latte una miscela di farina di frumento, orzo e alcune gocce di acqua e bicarbonato di potassio. Ma l’assunzione della stessa generò nei bambini segni di deperimento organico e conseguente morte.
     Tutti i brefotrofi italiani lamentavano una penuria di buone e sane balie, le quali avrebbero dovuto curare la proprie dieta affinché non risultasse alterata la composizione del latte materno.
     Le note del dottor Somma rimandano all’idea dell’abbigliamento legato al grado di igiene del bambino, alla ginnastica con le sue doti preventive e curative di molte malattie. Le segnalazioni del dottore culminavano nell’auspicio che la realtà dei brefotrofi incoraggiasse il progresso della puericultura e della pediatria nel nostro paese.
     Al pari di un’arma carica e priva della sicura, il concetto di attentato all’onore femminile era un allarme sempre vivo. Nel primo trentennio dell’Ottocento per porre fine al disordine e alla licenziosità che regnavano nel conservatorio, si raggruppò un certo numero di fanciulle in un luogo detto alunnato. È così che si attua il passaggio Dal Conservatorio all’Alunnato. L’assistenza alle esposte dell’Annunziata di Napoli. Norme precise regolavano il funzionamento del conservatorio. Le ragazze vivevano in condizione di isolamento dal mondo esterno. Era vietato l’accesso in istituto a esponenti di sesso maschile, anche religiosi, che potevano “attentare all’onore” delle fanciulle. Le esposte che rientravano in conservatorio dopo aver trascorso del tempo al di fuori dell’istituto venivano confinate in alcuni locali, lontane dalle altre ragazze. 
     Venne attribuita enorme importanza al lavoro delle fanciulle dell’alunnato. L’Annunziata non ostacolava la richiesta dell’esposta di impiegarsi come serva, ma si impegnava a tutelarla nell’onore mediante la stipula di un contratto con la famiglia presso la quale la fanciulla andava a servizio. Tale contratto prevedeva la clausola dell’onore pericolante. Il pericolo di incorrere in abusi sessuali era una peculiarità nell’istituzione del servizio. Nel caso in cui l’onore femminile fosse stato compromesso, il padrone avrebbe subito una severissima ammenda che avrebbe costituito una dote per la fanciulla, consentendole un matrimonio di comodo con chi avesse considerato, e per l’epoca era cosa usuale, la disponibilità economica più importante dell’onore. L’atteggiamento protettivo dell’Annunziata usato nei confronti delle esposte che andavano a servizio era riservato anche alle esposte, ancora più giovani, affidate a balia.

sabato 4 novembre 2017

Pensare la vita di Francesco Bellino

     Recensione: Francesco Bellino, Pensare la vita. Bioetica e nuove prospettive euristiche, Cacucci Editore, Bari 2013, pp. 398.
     In tempi incerti e complessi, occorre Pensare la vita. Il progresso ci ha consentito di scalare vette imponenti in ogni ambito, di raggiungere la dimensione immensa del cosmo e quella infinitesimale delle nanotecnologie. Tramite queste conquiste, il genere umano ha espresso potere, dissipandone una gran mole.
Francesco Bellino Pensare la vita Silvana Calabrese     Il potere presenta aspetti ignoti a chi da esso si lascia irretire: corrode l’integrità morale; disperde alcune certezze sostituendole con altre fittizie; comporta la perdita del potere di controllarlo, un aspetto paradossale ma inconfutabile.
     Cambiamenti radicali hanno coinvolto l’uomo che al tempo stesso è vittima ed aguzzino di se stesso.
A fronte delle minacce di morte nucleare ed ecologica alle quali siamo costantemente sottoposti, l’ebbrezza del progresso ha ceduto il posto ad antiche questioni filosofiche.
     Gli sconvolgimenti climatici di cui l’umanità è artefice potrebbero portare ogni forma di vita al crepuscolo. Per invertire la rotta occorre un serio impegno individuale che ci induca a varcare la soglia delle nostre certezze per protendere lo sguardo su una realtà ben più estesa: l’universo vitale all’interno del quale ogni danno cagionato su scala ridotta vedrà il suo effetto nettamente amplificato, spesso irreparabilmente. Tutto questo può tradursi in un semplice lemma: consapevolezza, la consapevolezza che ciò che accade a mille miglia da noi ci riguarda tanto quanto una ferita purulenta sul nostro corpo.
     C’è un vuoto intorno a noi, ma non è individuabile poiché colmato dalla sostituzione del valore col prezzo e dei valori con la materialità. Si tratta di una grave frattura morale che, se impiegassimo il gergo medico, definiremmo scomposta. Prendere coscienza dell’esistenza di tale frattura potrebbe liberare un profondo senso di angoscia e, al tempo stesso, portarci a riconoscere i problemi che ci sommergono. È proprio questo il primo step per un nuovo inizio, per nuovi ripensamenti sul cammino dell’umanità.
copertina Lettera Internazionale 118 Silvana Calabrese
     Si sta imponendo la necessità di sostituire alla volontà di potere la volontà di empatia.
     Alla convinzione di detenere potere corrisponde un’enorme e consolidata fragilità dell’io che viene placata dall’uso di antidepressivi e di ansiolitici. Allo stesso tempo, gli individui non avvertono la scintilla vitale e la ricercano in stimoli sempre più forti all’interno di una società anestetizzata. Soffriamo di malattie dell’anima: ne allontaniamo i sintomi assumendo farmaci dell’anima. La vera cura risiede nell’affrontare i meandri dell’animo con un’introspezione vigile.
     La nostra missione non è quella di cambiare il mondo nella sua immensità, ciò non solo è velleitario ma anche sbagliato. L’unica via percorribile ce la segnala Epitteto, il quale insegnava che si deve cambiare il mondo quotidianamente a partire dalle proprie singole azioni.
     Numerosi sono gli elementi che occorre ripensare e riconsiderare alla luce degli errori commessi e di una visione prospettica da coltivare. Ad esempio, la felicità che ci affanniamo a ricercare ed inseguire come fine della nostra vita e del nostro agire; quella stessa felicità che sovente rischia di non essere il risultato della nostra arte di vivere, bensì il prodotto di fattori esterni, non è un punto di approdo. È uno stato d’animo temporaneo di cui gioire secondo la logica del carpe diem. Non è perenne e non si ripete a intervalli regolari. 
     La recensione è apparsa su «Lettera Internazionale», Rivista trimestrale europea, Edizione italiana, IV trimestre 2013 N. 118, Arti Grafiche La Moderna, Roma 2014, p. 56.

giovedì 26 ottobre 2017

Ritratti di famiglia e infanzia

     Recensione: Giovanna Da Molin (a cura di), Ritratti di famiglia e infanzia. Modelli differenziali nella società del passato, Cacucci Editore, Bari 2011, pp. 205.
     Breve e loquace nello stesso tempo. Si tratta del titolo di un testo, in questo caso l’allusione immediata è al ritratto, quello strumento personale o artistico che dona eternità a persone, oggetti, contesti. L’opera ci permetterà di recuperare le istantanee della società del passato, anzi i ritratti di famiglia e infanzia. Un ritratto possiede un’aura differente rispetto alla fotografia. Ogni pennellata, ciascuna sfumatura e ciascun gioco di luci e ombre sono ponderati dal pittore, attraversano il tempo e giungono fino all’osservatore odierno che dovrà dimostrare pazienza e sensibilità per poter cogliere ognuna di quelle tinte. Ci sono molti modi di osservare le tracce del passato rispettando il criterio della contestualizzazione e dell’avalutatività.
     Famiglia e infanzia sono interconnessi. La famiglia rappresenta la cellula più piccola della società, in genere è composta da genitori e figli e dunque costituisce la culla dell’infanzia. La famiglia odierna è caratterizzata da una fragilità, che spesso la interrompe, e da nuove forme come le convivenze. Dal volume emerge un preciso senso ed un’immagine della famiglia e dell’infanzia. Ma a quale tipo di infanzia siamo abituati? L’infante odierno vive circondato da cure, affetti ed eccessi. Nel 2007 in Italia sono state riproposte le ruote dei trovatelli, ma questa è una realtà che affonda le sue radici nei secoli dell’età moderna. Il sentimento dell’infanzia nasce in condizioni demografiche sfavorevoli caratterizzate da elevata natalità e mortalità che falcidiava i piccoli nei primi anni di vita rendendo difficile il raggiungimento del quinto anno d’età. La storia della famiglia ha subito notevoli trasformazioni nel corso dei secoli, mutamenti di forma, struttura, funzioni e valori, e gli scavi archivistici ci restituiscono una visione parziale delle epoche passate.
Giovanna da Molin ritratti di famiglia e infanzia Silvana Calabrese     Uno dei capitoli di storia moderna tra i più toccanti e, paradossalmente, tra i più floridi per gli studiosi è quello dell’infanzia abbandonata con le sue innumerevoli tracce. Un ambito altrimenti inesplorabile se considerassimo il fanciullo all’interno del nucleo familiare. L’abbandono dei bambini era un fenomeno dai connotati allarmanti dettato da condizioni di miseria o dal disonore laddove le origini fossero state illegittime. L’istituzione della ruota, posta all’esterno di brefotrofi e orfanotrofi, fu l’unica possibilità di sopravvivenza per i figli non voluti che insieme avrebbero condiviso lo svantaggio della censura delle proprie origini e una vita insieme a numerosi orfani ed esposti.
     Il saggio di Angelo Bianchi, Famiglie povere nella Milano della Restaurazione. Note su assistenza agli orfani e condizione vedovile, propone un’analisi dei fascicoli relativi all’infanzia e alla gioventù orfana di Milano alla scoperta di giornate, mesi, anni di permanenza in istituto tra carriera scolastica e avviamento al lavoro. È emerso che venivano ceduti all’orfanotrofio nella maggior parte dei casi gli orfani di padre perché nel nucleo, venuta a mancare la figura di riferimento reddituale, la situazione economica subiva un tracollo con rotta verso l’indigenza.
     Un tema attuale osservato in prospettiva storica è invece quello trattato nel contributo Fanciulle violate: i processi criminali a Bari nel XIX secolo. Il Tribunale, per mezzo delle deposizioni nei verbali dei processi, si erge a luogo in cui persone di ogni ceto hanno potuto imprimere nella storia parte delle loro azioni quotidiane. I delicta carnis, ovvero i reati sessuali dovevano però fronteggiare l’inossidabile paratia di omertà comprensibile se contestualizzata: le vicende di abusi si collocano sullo sfondo di una società incentrata sulla tutela dell’onore e sulla verginità prematrimoniale. Dall’analisi dei processi istruiti presso la Corte di Assise di Bari si evincerà il ruolo dell’infanzia nella società ottocentesca unita ai rapporti interpersonali tra familiari, coniugi e alle possibili reazioni popolari alla notizia di uno stupro. Spesso il carnefice vive nella stessa abitazione della vittima, dunque la violenza diviene domestica e talvolta sconfina nell’uxoricidio con il medesimo denominatore della società attuale: l’inesistenza di distinzioni culturali, economiche o anagrafiche.
     Ad allestire il teatro di un abuso minorile erano proprio le condizioni di vita infantile, sempre tanto vulnerabile alla premeditazione o al raptus di un malintenzionato.
     Rossella Del Prete esamina l’articolazione socio–professionale della famiglia dei musicisti a Napoli in età moderna perché il nucleo familiare di appartenenza ha un preciso rilievo nella formazione del musicista. Sorse l’educazione musicale volta ad inserirsi nella formazione dell’uomo comune dato che la richiesta di musica coinvolse anche gli usi profani ed il mondo cristiano. Ma all’infanzia abbandonata nei conservatori toccò un aspetto poco gratificante dell’istruzione musicale: è il caso degli eunuchi, castrati in età prepuberale al fine di sfruttare le particolari doti vocali dei bambini conservandone il timbro dolce ed acuto.
L'Aquilone Daniele Giancane Silvana Calabrese     Annamaria de Pinto presenta Reclusione e malattia nel Real Ospizio di Giovinazzo nell’Ottocento sottolineando le precarie condizioni in cui versavano i reclusi negli istituti assistenziali del Regno di Napoli. Alla premura pedagogica volta a formare buoni e onesti cittadini si contrappone un’alimentazione scarsa e inadeguata. Si pensi che una bevanda usuale per l’epoca era il vino come surrogato dell’acqua in genere non potabile. Scarsa l’igiene, per nulla arieggiati e luminosi gli ambienti quali il dormitorio: questi sono alcuni dei fattori causa dell’insorgenza di malattie letali.
     L’inserimento attivo nel mondo del lavoro in età moderna ha da sempre costituito una premura finalizzata a non vanificare gli sforzi dell’istituto assistenziale che si occupava dei piccoli orfani ed esposti. Le macchine assistenziali avevano il compito di indirizzare la frangia più fragile dell’infanzia verso un destino sociale proteso al miglioramento. Lo dimostra Maria Federighi nel saggio Dentro e fuori le mura. Assistenza e formazione al lavoro dei fanciulli nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca nell’Ottocento. Il lavoro si prospetta come strumento disciplinare e di controllo sociale e di prevenzione di episodi di devianza. L’opera di scavo archivistico ci regala documenti che hanno il pregio di suscitare commozione in chi li studia, come si desume dalla storia di un orfano di ambo i genitori, allevato in istituto, avviato al lavoro e divenuto benestante e che all’apice della sua carriera professionale effettua una donazione corredata da una lettera in cui esprime gratitudine verso l’istituto che gli ha fornito aiuto nel momento di estremo bisogno.
     Carla Ge Rondi delinea la Vita in famiglia in due comunità del territorio pavese agli inizi dell’Ottocento, Voghera e Vigevano che ricalcano il modello familiare presente nella penisola: famiglia nucleare composta da genitori e figli. Marcata è la presenza di vedove rispetto ai vedovi a Voghera, mentre opposto è il trend di Vigevano. L’autrice si interroga sui fattori che spieghino tale differenza come il ritorno di una vedova presso la famiglia d’origine e la propensione o meno a contrarre le seconde nozze da parte dei vedovi di Vigevano.
     Silvana Raffaele pizzica le sottili corde delle Strategie matrimoniali e patrimoniali. Dinamiche familiari nella Sicilia moderna: monaci, suore, cavalieri e «maritati». Si tratta di famiglie aristocratiche le cui azioni risentono delle formule riconducibili alla gestione del potere e alla conservazione del patrimonio. La successione ereditaria seguiva pedissequamente l’ordine di genitura in linea maschile. Spesso le figlie, per non disperdere il patrimonio, venivano destinate alla monacazione priva di vocazione, ma in altri casi almeno la primogenita poteva maritarsi, previa concessione della dote, imbastendo così dei legami di parentela con altre famiglie.
     Flores Reggiani illustra La costruzione dell’identità sociale degli esposti bollati come malavitosi in potenza. Eppure la loro vita in ospizio era orientata a una rigida disciplina per la quale l’inosservanza di una norma prevedeva una punizione severa.
     Raffaella Salvemini spiega La gestione delle Annunziate in età moderna: il caso di Aversa e Cosenza. A fronte di rendite scarse si prospettava una notevole difficoltà nella gestione delle opere pie spesso anticamere della morte per i piccoli trovatelli. La ripercussione immediata riguarda la condizione dei projetti. Numerosi sono i casi in cui mancano i registri relativi alla gestione degli istituti, si tratta di una situazione frutto di negligenza che è stata rilevata dalle inchieste del tempo e negativamente giudicata da ispettori incaricati di stilare delle relazioni sugli esposti.
     In un’indagine multiscopo dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana, datata 2010, ho constatato che la disoccupazione rappresenta uno dei maggiori problemi nel novero di quelli percepiti dai cittadini italiani. La disoccupazione equivale all’assenza di lavoro.
     Dal volume ho potuto desumere l’accezione che il lavoro aveva nei secoli dell’età moderna.
     Se dovessi attribuire un aggettivo a lavoro, sceglierei precoce. Specialmente nelle famiglie di addetti all’agricoltura i figli maschi erano considerati forza–lavoro.
     Prendendo in esame gli studi condotti sugli istituti assistenziali emerge che:
-          l’avviamento professionale era una premura al fine di non vanificare gli sforzi dell’istituto;
-          l’occupazione manuale era uno strumento disciplinare, scandiva le giornate bandendo i possibili disordini legati all’inoperosità (all’interno dell’istituto);
-          il lavoro era uno strumento di controllo sociale proteso a evitare manifestazioni di devianza e di marginalità (nella società);
-          l’esercizio di una professione fin dalla giovane età rappresentava un’opportunità di socializzazione al di fuori dell’istituto. Ad esempio avveniva un’integrazione del giovane con il nucleo familiare del datore;
-          il lavoro rappresentava altresì un elemento che rendeva possibile un’elevata realizzazione personale come testimoniato dalla lettera di ringraziamento dell’industriale ex ricoverato nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca, Umberto Asciutti, orfano di ambo i genitori (pp. 108–109);
-          vi sono anche casi in cui il lavoro poteva tramutarsi in anticamera della morte come recita la descrizione della disgrazia avvenuta all’orfano di padre Stefano Francescani, deceduto all’età di 14 anni per essere caduto, nella bottega del fabbro ferraio, su di un ferro che gli ha trapassato la mascella esponendolo al tetano (pp. 105–106). Questo episodio si colloca tra le pagine più toccanti dell’infanzia moderna: quella abbandonata e quella orfana


     La recensione è apparsa su «L’Aquilone», Rivista di letteratura giovanile, anno 2012, N. 7, Mario Adda Editore, Bari 2012, pp. 74–78.

domenica 8 ottobre 2017

Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva

Recensione: La Rocca – Malagamba – Susca (a cura di), Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva, Bevivino Editore, Milano-Roma 2010, pp. 273.
Nel corso del tempo le rocambolesche vicende dei protagonisti di miti e racconti hanno ceduto il passo ad un nuovo mondo, quello delle serie televisive.
Miti, leggende e racconti hanno plasmato e al tempo stesso custodito l’identità sociale conferendole l’incanto dei momenti onirici. L’immaginario di ogni cultura ne traeva nuova linfa per le proprie capacità mentali. Gli eroi, inarrivabili abitanti delle pagine di libri o delle pieghe delle voci narranti, rappresentano il frutto dell’invenzione, ma le loro gesta sono ulteriori a questo livello, poiché divengono esempi, valori e sono portatrici di senso ed ispirazione.
Oggi si è stabilita una nuova categoria di miti ed eroi: le incarnazioni televisive. Non v’è più una figura che incarni il tramite fra la dimensione celeste e quella terrena dell’immaginario collettivo, bensì dei personaggi pubblici interposti tra la dimensione quotidiana e quella della sua spettacolarizzazione.
Eroi del quotidiano
Serial, serie, fiction, sit com, medical drama, soap opera, telenovela, reality show, telefilm sono le declinazioni della serialità televisiva. Le puntate consequenziali tessono una trama di fondo che si dirama con l’ingresso di nuovi personaggi, la cui personalità può essere scandagliata. Generano empatia, incontrano la fedeltà degli spettatori instaurando un rapporto familiare così tanto simile alla vita quotidiana per via di un espediente: l’instaurazione di una routine analoga a quella degli spettatori, ma che diverge poi per la presenza di un elemento di rottura che eccede la realtà. Generalmente può trattarsi di un atteggiamento ridondante pur essendo fuori dall’ordinario, come affrontare situazioni complesse con un instancabile sarcasmo, oppure con leggerezza, o ironia. È proprio il modus operandi dei personaggi di una serie a esaltare la devozione degli spettatori. Al pari della locuzione theatrum mundi che stabilisce un legame tra finzione e realtà, anche il telefilm da un lato cristallizza situazioni reali tipiche della vita quotidiana e dall’altro ne determina la possibile matrice.
Non si può omettere l’altro pregio delle serie tv, quello di attivare delle competenze enciclopediche negli spettatori citando periodi storici, come in Mad Men, oppure citando La nascita della tragedia di Nietzsche, come in Dexter.
L’opera si rivela complessa e offre numerosi spunti di riflessione attraverso l’analisi di alcune delle serie televisive dell’industria culturale americana che più incantano il pubblico: Six Feet Under, True Blood, I Soprano, House, In Treatment, Scrubs, Californication, Disperate Housewives, Gossip Girl, 24, Lost, Dallas, Plus belle la vie.
A quanti dei lettori si sia istintivamente prospettato l’interrogativo su come riesca a germogliare l’incanto verso gli episodi seriali e di conseguenza la capacità di identificarsi con i personaggi confluendo nella volontà di seguire le puntate con grande passione e puntualità, la risposta è nel capitolo inerente pratiche e strategie enunciative della serialità, dove la sigla diventa sigla bondage, capace cioè di instaurare un profondo e inscindibile legame tra spettatore ed ‘eroe moderno’.
Alla sigla spetta il compito di sedurre lo spettatore inducendolo alla stipula del contratto di veridizione, quel contratto di fiducia fondamentale per attivare la pratica della visione. Esso consente di credere ad un mondo immaginario, ma presentato come verosimile.
Restando fedele al suo etimo greco sigao, la sigla deve alludere ai contenuti visuali e contemporaneamente mantenerne taciti altri. 
La sigla di apertura esprime, in pochissimi fotogrammi, i tratti distintivi, comunica l’identità del testo e si fissa icasticamente nella memoria dell’astante. Contrapposta a tale ambiente liminale è la sigla finale. Crea un effetto di straniamento con un’interruzione ex abrupto dell’episodio che catapulta lo spettatore nella dimensione reale dopo averlo condotto all’apice dell’immedesimazione narrativa. Anche questo è un escamotage e innesca il desiderio di seguire la puntata successiva. 

sabato 23 settembre 2017

La cultura della vita. Seconda indagine sociodemografica sui giovani

     Recensione: Giovanna Da Molin – Biagio Moretti, La cultura della vita. Seconda indagine sociodemografica sui giovani, Cacucci Editore, Bari 2011, pp. 219.
     Adolescenza, ricerca della propria personalità, sviluppo dell’identità, senso di appartenenza al gruppo, accettazione nel gruppo, emulazione tra coetanei, sono dinamiche tipiche delle fasi evolutive che l’individuo attraversa nel corso della sua vita. Si tratta di elementi che rientrano nella normalità se non fosse che spesso gli atteggiamenti giovanili convergono verso l’assunzione di comportamenti a rischio per la propria e l’altrui incolumità. Comportamenti irresponsabili come porsi alla guida di una vettura al termine di una serata in discoteca con consumazione alcolica al seguito conferisce al Paese il primato della vergogna e delle premature vite stroncate da incidenti automobilistici, la cui funesta notizia giunge di domenica mattina. Per limitare ancor prima di porre fine a tutto questo, nasce la Fondazione “Ciao Vinny”. Fu istituita nel 2002 dopo la scomparsa di Vincenzo Moretti dovuta a un incidente del sabato sera. Affinché la dipartita di Vincenzo non sia vana, affinché il suo ricordo rimanga impresso tra i più giovani è stato avviato il progetto La cultura della vita con l’obiettivo di trasmettere il messaggio del divertimento consapevole dei limiti oltre i quali vi è l’eccesso e più spesso la fine precoce di una vita.
La cultura della vita
     I giovani, con il loro futuro incerto, rappresentano il futuro stesso della società. Da questo assunto emerge la necessità di comprendere l’universo giovanile, le sue problematiche tipiche, il suo codice comportamentale al fine di avviare strategie educative ed informative volte a minimizzare i rischi che attentano alla loro vita. Troppo spesso data per scontata, La cultura della vita va diffusa, interiorizzata, divulgata, custodita gelosamente e generosamente elargita.
     L’opera vaglia gli stili di vita degli studenti frequentanti l’ultimo anno di scuola superiore, si occupa di constatarne le opinioni in merito ad eventi d’attualità e le conoscenze da loro detenute circa gli aspetti sanitari. I ragazzi rappresentano lo specchio della società e le indagini sociodemografiche la superficie speculare che li riflette nell’atto di transizione all’età adulta.
     Gli autori scandaglieranno Opinioni e stili di vita delle matricole dell’Università di Bari per ottenere una “veduta aerea” della condizione giovanile individuandone i modelli di comportamento, il rapporto con la salute, l’impiego dei mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie, ma soprattutto il piano dell’opera è quello di individuare gli aspetti peculiari dell’utilizzo del tempo libero dalla pratica sportiva, sana finché non degenera in estrema, all’ormai diffusa abitudine del divertimento notturno in un luogo divenuto emblema della gioventù: la discoteca.
     Molteplici sono gli allarmi sociali così come multisfaccettate sono le forme di violenza nella società contemporanea. Il capitolo I giovani e la cultura della non violenza ne analizzerà gli aspetti espliciti, trasmessi quotidianamente in mondovisione, e quelli sommersi, taciuti dalla vittima che trova nella paura un deterrente alla volontà di denunciare un episodio di violenza. Carente e poco radicata è la cultura della legalità poiché marcata è la mancanza di fiducia nel sistema giudiziario italiano. Il campione di intervistati dovrà esprimere la propria percezione della violenza e proporre le possibili strategie preventive da mettere in atto per arginare i comportamenti devianti che rappresentano un costo economico sul piano sanitario, ma anche legale, professionale e produttivo.
     La cellula fondamentale della società, la famiglia, che nasce dall’incontro tra estranei, ha subito notevoli trasformazioni a carico della sua struttura e della sua composizione. Matrimonio, famiglia e figli: fra tradizione e nuovi modelli si occupa di indagare sulla percezione del significato di unione, coppia, alla luce di una duplice tendenza: il calo della nuzialità e l’incremento di separazioni e divorzi. L’analisi ha per oggetto la sfera onirica dei giovani, il campo della loro progettualità in vista del futuro. Non solo la famiglia ha vissuto dei mutamenti, ma anche il concetto di giovinezza è cambiato. Oggi si accompagna a “lunga”. La “giovinezza lunga” o “sindrome del ritardo” consiste nel dilatare i tempi di convivenza con il nucleo familiare originario. Le motivazioni di tale scelta sono da ricercarsi nel contesto sociale in cui i tempi dedicati alla formazione sono nettamente più ampi che in passato, di conseguenza si instaura negli individui, non più esattamente giovani, il desiderio di veder realizzate precise ambizioni professionali, cosa che prolunga la permanenza con la famiglia d’origine. Inoltre la realizzazione professionale è divenuta un aspetto inalienabile dell’identità femminile che mal si coniuga con l’orologio biologico delle donne. Il mancato o tardivo raggiungimento di stabilità economica priva di sicurezza chiunque intenda metter su famiglia e alloggiare in un nuovo appartamento. In questi passaggi si colloca la preoccupante riduzione della natalità. Sul banco degli imputati si trova anche la famiglia contemporanea, accusata di eccessiva accondiscendenza, assenza di obblighi è concessione di ampie libertà verso i figli.
     È inevitabile affrontare la tematica Fumo e alcol: tra uso e abuso. Avvertiti nella maggior parte dei casi come forme di evasione e di socializzazione, il fumo di tabacco si accompagna al consumo di alcolici e superalcolici. Si tratta di un’abitudine che ha raggiunto un livello elevato, ma che ancora permette uno spiraglio d’azione verso interventi rivolti a rettificare abitudini tutt’altro che salutari. Considerati riti di iniziazione alla vita adulta, bere e fumare hanno assistito ad un abbassamento considerevole della soglia anagrafica in cui si comincia ad assumere un comportamento che diverrà stabile nel tempo. La buona conoscenza dei danni provocati dal fumo sembra quasi un elemento utile a sdrammatizzare la triste realtà dell’universo dei fumatori. Allarmante è l’attribuzione, alle bevande alcoliche, di effetti benefici di cui non godono. I giovani trascurano il pericolo maggiore di tali rituali: la dipendenza inestirpabile. 
     Giovani e salute prende in esame il rapporto che i giovani hanno con la loro salute, con i servizi medico–sanitari e il livello di informazione rispetto ad alcune patologie quali rosolia, Papilloma virus, influenza suina, Aids. La cura verso la propria salute si attesta su un livello discreto, ma induce alla riflessione la frequenza con cui ci si sottopone al check–up ematochimico annualmente, abitudine che si associa alla possibilità di prevenire l’insorgenza di malattie. Il ricorso massiccio all’acquisto di “pillole del giorno dopo” unito al considerarle un metodo contraccettivo preventivo, e non estremo, dimostra quanto scarna sia l’educazione sessuale, spesso desunta da fonti inaffidabili. 
     I destinatari del libro sono tutti coloro i quali si impegneranno nella lettura attenta e scrupolosa dei fenomeni che ci riguardano da vicino. I riceventi sono coloro i quali adempiono al compito di formare ed educare. Il testo è indirizzato a chi è a capo di istituti governativi, ma anche ai medici, ai docenti, ai genitori, affinché comprendano il codice comunicativo e comportamentale dei figli e fungano per loro da valida guida. Infine l’opera è rivolta ai giovani stessi perché riflettano sulla loro vita vulnerabile, sui loro sogni da concretizzare, sull’intero apparato di valori che oggi appare troppo sfuocato. L’efficacia di un messaggio si misura all’arrivo: se i ragazzi verranno lambiti dal contenuto dell’indagine allora nutriranno un’ardente volontà di iniziare a vedere ogni cosa con nitidezza. 

giovedì 24 agosto 2017

L’infanzia emarginata a Lucca nell’Ottocento

     Recensione: Maria Federighi, Dall’abbandono all’assistenza. L’infanzia emarginata a Lucca nell’Ottocento, Cacucci Editore, Bari 2013, pp. 347.
     Chiunque viva in un Paese sviluppato dove costantemente aleggia il consumismo ha modo di osservare un certo tipo di infanzia, l’infanzia inflazionata. Ma se l’osservatore volgesse il suo sguardo all’indietro, di almeno due secoli, scoprirebbe quanto quella stessa fase della vita che oggi è contornata di affetti ed eccessi fosse invece immersa nell’emarginazione e nell’abbandono. Tuttavia in passato i meccanismi assistenziali attenuavano la durezza di un’esistenza da orfano o esposto.
Maria Federighi Dall'abbandono all'assistenza Lucca Silvana Calabrese
     L’autrice ha condotto ricerche di alto tenore scientifico che proiettano quasi con precisione millimetrica il lettore nella città di Lucca nell’Ottocento.
     Un viaggio nel tempo alla scoperta o riscoperta del fenomeno dell’abbandono.
     Un itinerario all’interno delle pagine più toccanti della storia moderna.
     Un percorso che non regge il paragone con il presente, perché la storia non effettua analisi contrastiva, ma che ha il potere di indurre alla riflessione non senza destare commozione.
     L’abbandono ha radici profonde e cominciamo ad averne notizie certe e documentate solo nei secoli dell’età moderna. Ne consegue un lavoro di esplorazione di carte d’archivio per ridare luce alle vicende quotidiane di quell’insieme di individui deboli e bisognosi.
     Dopo l’Unità d’Italia a Lucca gli istituti preposti ad accogliere questa porzione di popolazione erano l’ospedale di San Luca e la Pia Casa di Beneficenza. Questi stabilimenti diventarono qualcosa che andava oltre la semplice struttura fino a sostituirsi alla famiglia che aveva abbandonato un figlio o un membro più adulto. Si trattava di una grande famiglia che si occupava del mantenimento dei più fragili provvedendone ai bisogni immediati e cercando di fornire loro delle possibilità di vita mediante strumenti utili per una futura realizzazione personale, affinché anche il bambino che in una notte lontana e fredda fosse stato abbandonato, ignudo o quasi, in una ruota degli esposti o sulla soglia del portone di un istituto potesse crescere e diventare un giovane di grandi speranze. Il loro destino era molteplice: l’elevata mortalità infantile ne stroncava la triste vita prima dei cinque anni; una vita senza affetti ne determinava un futuro da accattoni o da delinquenti; ma vi era anche un gruppo di individui che riusciva a riscattarsi, si affermava nella vita sociale e lavorativa e mostrava gratitudine verso l’istituto nel quale aveva trovato un ricovero, un rifugio. Della fortuna di cui erano stati o direttamente artefici o beneficiari casuali, vi è traccia nei documenti: persone adulte che non avevano dimenticato il passato inviavano somme di denaro accompagnate da scritti pieni di riconoscenza. Se ancora nessuna lacrima lambisce il vostro volto, pensate alla miseria, alla povertà, ad un’infanzia relegata ai margini della società civile; a una fanciullezza priva di tutela e sostegno familiare. Sono tutte costanti che non hanno mai risparmiato l’infanzia. Questa delicata questione sociale fu fronteggiata da una pluralità di istituzioni assistenziali sia religiose che laiche.
copertina Lettera Internazionale Silvana Calabrese
     L’opera lascia trasparire precisione metodologica preceduta da un capitolo sulla storia della pratica dell’abbandono e dell’istituto toscano, la Pia Casa di Beneficenza. Tale analisi diacronica è propedeutica all’interrogazione attenta delle fonti quali i registri di ammissione e i fascicoli personali dei bambini assistiti. Viene delineato il profilo socio–demografico degli assistiti dalla Pia Casa di Beneficenza di Lucca e descritti i modi e i tempi del vivere quotidiano dentro le mura dell’istituto. Caposaldo delle politiche assistenziali è la formazione al lavoro e l’autrice esamina i modelli educativi uniti ai percorsi di inserimento sociale. Non meno importante è l’argomento della salute del minore, capitolo in cui si focalizza l’attenzione sulla tutela e sulla cura delle malattie. Poiché i documenti che registravano l’ingresso dei piccoli recavano anche informazioni sui genitori, si può richiamare il quadro sociale e professionale della famiglia d’origine. Rari ma non del tutto assenti sono i casi di riconoscimenti del figlio esposto con conseguente ricongiungimento.  
     Affascinante è la ricostruzione del destino sociale che attese i più piccoli. 
     La recensione è apparsa su «Lettera Internazionale», Rivista trimestrale europea, Edizione italiana, III trimestre 2013 N. 117, Arti Grafiche La Moderna, Roma 2013, p. 54.

domenica 6 agosto 2017

Gioia Tragica. Le forme elementari della vita elettronica

Recensione: Vincenzo Susca, Gioia Tragica. Le forme elementari della vita elettronica, Lupetti Editore, Milano 2010, pp. 240.
Generalmente la scelta del titolo deve essere ben ponderata. Esso deve incuriosire il lettore senza svelare totalmente il contenuto. Deve essere creativo per catturare l’attenzione di chi si accinge a leggere l’opera. Si tratta di un biglietto da visita privilegiato, sia per una tesi di laurea, sia per un libro da destinare al commercio. Gioia tragica dimostra di aver colto l’importanza di tale scelta. Infatti il sintagma è un ossimoro che forse indica la possibilità che la gioia sia perseguibile, ma a costo di qualche compromesso.
Gioia Tragica
A contribuire a spiegarlo c’è la prefazione di Marco Mancassola che non si è limitato a introdurre l’opera, bensì ha composto un vero e proprio saggio introduttivo includendovi numerose quanto attuali problematiche sociali e giovanili intuendone le radici storiche.
In apertura una citazione di Martin Heidegger che fa luce su un paradosso tipicamente giovanile, quello di esserci, al mondo, e non riuscire a sentirlo. Una possibile soluzione sarebbe quella di riuscire a lasciare traccia del proprio passaggio dal momento che sembra ormai appartenere al passato il «Cogito ergo sum» Cartesiano. Anche Ricoeur ha sostenuto che il Penso dunque sono, racchiudesse la tendenza dell’uomo a dubitare, una tendenza che sfiora l’ostinatezza.
Per far fronte alla sfida le generazioni precedenti adottavano la ribellione per condurre la battaglia per l’esserci, oggi invece è la pratica della connessione che permette di testimoniare l’essenza di un individuo, da questo deriva la gioia di condurre una vita on-line, ma una gioia tragica perché ha il prezzo della dipendenza dallo stato di connessione, che ha assunto il senso dell’ingiunzione, dissolve la possibilità di salvaguardare la privacy e l’integrità individuale e last but not least ci condanna all’omologazione e dunque si torna alla rassegnazione dell’inautenticità.
Il testo fa uso di esempi cinematografici per dimostrare quanto la relazione tra scienza e potere sarebbe nulla se non si ammettesse l’umiltà come valore fondamentale per abolire i pregiudizi la cui logica graffiante non permette di scalfire nemmeno la verità più evidente. Si fa accenno all’alterità, al suo rispetto, alla capacità di avvicinarsi empaticamente a ciò che è altro da noi. Segue l’esortazione a provare a dare ascolto alla voce di quello spirito invisibile che prende il nome di intuizione, ispirazione, creatività, perché la mente umana nella sua intrinseca natura ha bisogno di accogliere l’altro da sé. Le forme più sorprendenti del sapere spesso attecchiscono in quegli ambiti che la modernità ha bandito o peggio ancora ha circoscritto.
L’opera si avvia alla conclusione narrando la rottura dell’equilibrio esistente tra lavoro e non lavoro che con successive declinazioni hanno assunto il volto di condotta buona e lasciva. Quando il contesto urbano cominciò a far da magnete con l’esca luccicante di un progresso da inseguire, l’uomo, impaurito da innumerevoli novità sociali e da crescenti responsabilità, cominciò a contemplare il concetto di evasione, più ampiamente premeditata per essere collocata all’interno del ciclo produttivo della società dei consumi di massa. L’evasione che fonde fuga e ricreazione, subì poi un’evoluzione che la portò a scindersi in evasione temporanea legata ai cosiddetti interstizi metropolitani ed evasione compatibile con la predizione ed il disimpegno un tempo considerate periferiche, poi socialmente riconosciute. 
Le ultime battute sono rivolte nuovamente all’identità, in questo caso elettronica, con riferimento al sottotitolo dell’opera. Il web è diventato un calderone di tanti sé come effetto dell’ansia di esserci in virtù delle forme dell’apparire nella vita elettronica. L’identità del terzo millennio rievoca le osservazioni di Walter Benjamin sulla fotografia utilizzata per protrarre l’esistenza dei defunti nelle dimore dei propri familiari. La contemporaneità permette all’identità digitale di sopravvivere alla persona fisica.