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giovedì 9 ottobre 2014

Il mio testamento a favore di Bari

Il mio lascito al Comune di Bari
     La sottoscritta Silvana Calabrese, nata a Bari, ivi residente e ivi laureata, nel pieno delle sue facoltà mentali nomina il Comune di Bari suo unico erede. Dovrebbe iniziare così un testamento, sempre che non abbia guardato troppi telefilm. Come in questi ultimi, facciamo un balzo indietro col sottotitolo «Alcuni mesi prima». Ho cercato di fare qualcosa per cui gli ambientalisti mi sarebbero stati grati: effettuare i miei spostamenti con l’autobus. Dunque mi sono impegnata a non toccare le chiavi dell’auto, tra l’altro in comodato d’uso perché appartiene ad un altro membro del mio nucleo familiare e pertanto esclusa dal mio testamento. E così mi sono immersa nell’affascinante mondo dei «mezzi pubblici» imparandone presto il gergo: «è strapieno», «ha saltato la corsa», «è in ritardo», «è passato in anticipo», «ha un’avaria». Acquisto il biglietto ma non lo utilizzo mai perché non riesco a prendere l’autobus.
     Non sono una veggente, ma so bene che quando mia nonna esce di casa e prende i mezzi, mi giungerà una sua telefonata e non perché sono la prediletta tra i suoi nipoti, ma perché la vettura ha subito un guasto o ha saltato due o più corse. Sono giunta alla conclusione che è decisamente più semplice salire su di un carro armato (era possibile alla Fiera del Levante di qualche anno fa).
     Molti baresi si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti delle proprie auto usufruendo dei mezzi di trasporto pubblico: alcuni acquistano il biglietto semplice per 0,80€; altri trovano più comodo l’abbonamento; altri ancora prendono la multa di 50€ il cui aspetto positivo è che dovrebbe aggiungersi ai fondi per la manutenzione degli autobus. Eppure l’efficienza sfiora sempre livelli bassi e durante le ore di punta il numero di vetture Amtab su strada non aumenta, costringendo i passeggeri a comprimersi.
     Ricordo che quando il sindaco Emiliano si affacciò sulla scena politica gli si attribuiva un grande pregio: l’aver svolto la professione di magistrato lo aveva reso più vicino ai problemi dei concittadini, ma per esserlo davvero, il primo cittadino dovrebbe provare almeno una volta i mezzi pubblici e non per una passeggiata, bensì per sbrigare delle commissioni.
     Quanto mi sono azzardata a promettere non è certo un caso isolato: nel 1933 in California è stata costruita la Coit Tower, una torre commemorativa a seguito del lascito di Lillie Hitchcock Coit per abbellire San Francisco, città alla quale Lillie ha lasciato in eredità 1/3 del suo patrimonio «affinché fosse speso in modo appropriato con lo scopo di incrementare lo splendore della città che ho sempre amato».
     Ora mi dica, dottor Patruno, se quanto ho scritto, giuridicamente parlando vale come testamento oppure devo rivolgermi ad un notaio.

Edizioni Dedalo: la Piccola Biblioteca di Scienza

     Recensione: Christophe Cassou, Meteo e clima non fanno rima!, Edizioni Dedalo, Bari 2014, pp. 64. 
     Recensione: Pierre Papon, Facciamo il pieno di energie!, Edizioni Dedalo, Bari 2014, pp. 64. 
 
     In cosa vogliamo investire il nostro futuro? La risposta esatta è: nei bambini, le nuove generazioni. In che modo? Seguendo il suggerimento dello storico Marc Bloch secondo il quale bisogna spiegare con semplicità ogni nozione che parte dall’interrogativo del proprio figlio e allo stesso tempo è necessario stimolare nuove curiosità nei fanciulli.
     In una società dominata dalla frenesia viene in nostro soccorso la collana “Piccola Biblioteca di Scienza” pensata dalla casa editrice Dedalo che dalle proprie opere lascia trasparire l’altruismo verso i lettori di ogni fascia d’età. La mission della collana, che si rivolge ai curiosi da 9 a 99 anni, è di affrontare le tematiche scientifiche in maniera semplice. Gli autori sono scienziati ed esperti che rispondono ai quesiti fanciulleschi capaci di condensare profonde curiosità esistenziali ed ambientali.
     Solo la tenerezza di un pargolo è in grado di avvertire la vulnerabilità del pianeta che ci ospita ed incitare la sua famiglia a prendere dei provvedimenti che possano coccolare la Terra. I due testi che mi appresto a recensire, “Meteo e clima non fanno rima!” e “Facciamo il pieno di energie!”, paiono correlati e in fondo lo sono.
     Il clima ed il meteo sono indicativi del grado di salute del globo. Attuale è la tematica dei cambiamenti climatici cui segue l’allarme riscaldamento globale. Agli occhi di un bambino è come se la Terra avesse la febbre e deve assolutamente essere guarita. Il climatologo Christophe Cassou si colloca accanto ai suoi piccoli lettori e li guida in un affascinante viaggio alla scoperta dei fenomeni meteorologici di cui tanto si parla e poco si comprende. Egli traduce i paroloni del gergo tecnico e li pone al livello della comprensione degli infanti.
     Ciascun testo è organizzato come un racconto entusiasmante che narra le avventure dei personaggi alle prese con fenomeni nuovi ed espedienti creativi per capirli.
     Al fianco del professore di fisica e chimica industriale Pierre Papon, scopriamo i tesori della Terra ovvero tutti i tipi di energia e i diversi modi per produrla, conservarla, utilizzarla al meglio senza mai sfruttarla.
     I volumi sono vicini alle famiglie nella delicata fase dell’educazione dei piccoli e della loro formazione umana e culturale. Non è un caso che la location della storia Facciamo il pieno di energie! sia la campagna, l’unico posto al mondo in cui si può sviluppare la consapevolezza della sensibilità dell’ambiente e mostrare gratitudine per gli elementi preziosi che il pianeta ci dona.

domenica 5 ottobre 2014

L’estenuante fatica di essere una donna e... il femminicidio

     Il primo libro che ho recensito recava sull’aletta una scritta: «essere donna è un gran mistero». Mi conquistò immediatamente, ma al mio stupore dovetti anteporre la necessità professionale di comprenderne il significato profondo per rendere giustizia recensoria a un testo che si proponeva di dar voce a molte di quelle donne, prede dell’arretratezza culturale del proprio paese. La condizione femminile racchiude in sé il mistero della vita con la magia della gravidanza. La donna è garanzia di riproduzione e di continuità in un mondo che non le ha mai concesso un posto d’onore sul convoglio sociale. Con un excursus rapido e sintetico provo a delineare le tappe vissute nell’itinerario storico tinto di rosa.
In passato la donna era soggiogata rispetto all’uomo (padre, fratello, marito) e troppo spesso vittima di abusi. Con l’evoluzione della società, il gentil sesso si è ritrovato immerso in un contesto che lo condanna. Al pari di un equilibrista la donna moderna, perennemente indaffarata, consegue alti livelli di studio; coltiva l’ambizione di essere una lavoratrice; con lo sguardo fisso sul suo orologio biologico, trova un presunto compagno di vita e dà alla luce la prole; vede ridursi il tempo a disposizione per sé, ma non può contare sulla collaborazione del marito (è rara). La società italiana non le concede servizi che permettano la conciliazione dei numerosi ambiti della sua vita perché l’Italia è un fanalino di coda in Europa in termini di politiche familiari. Ad esempio esiguo è il numero degli asili nido aziendali, veri e propri circoli riservati a pochi eletti. Inoltre i titoli di studio conseguiti a costo di sacrifici, non le consentono ancora di occupare posizioni lavorative che contano, segno evidente di androcrazia.
Recentemente si è delineato un nuovo fenomeno che non pare destinato a cessare. Si tratta del femminicidio. Non è chiaro se si possa parlare di una degenerazione del maschilismo che pragmaticamente intende dimostrare la superiorità fisica dell’uomo sulla donna. Ad ogni modo è violenza di genere, domestica e non, perpetrata ai danni di donne a cui si è/era legati. Le statistiche hanno ormai elaborato bollettini macabri, nei telegiornali non manca mai la notizia che non vorremmo udire. Cosa sta accadendo? Spesso la donna ha acconsentito a presentarsi come oggetto del desiderio con l’ausilio del sistema mediatico, ma vi è un limite invalicabile che ogni madre dovrebbe indicare al proprio figlio: il rispetto verso le donne. Su questo non si deve discutere, mai.

Diciamo(lo) a Calvino, anzi non diciamolo

     Pochi ricordano che nel 1984 Italo Calvino fu invitato dalla Harvard University di Cambridge, nel Massachusetts, a tenere un ciclo di sei conferenze a tema libero che presero il nome di Lezioni americane. Scelse di illustrare alcuni valori della letteratura che riteneva di dover salvare: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e consistenza o coerenza. Li chiamò Six memos for the next millennium (Sei buoni propositi per il prossimo millennio). L’autore sosteneva che la padronanza della propria lingua ricoprisse un profondo valore morale e sociale, essendo essa l’unica arma capace di contrastare la perdita di forma che ha infettato il mondo, rendendo insensata e amorfa la vita degli individui, nonché unico strumento che sappia rendere in modo nitido e incisivo le sfumature del pensiero e dell’immaginazione.
Calvino invitava alla precisione cui avrebbe fatto seguito la disinvoltura, la capacità di elaborare discorsi complessi ed articolati senza incorrere in contraddizioni. Esaltava il valore dell’esattezza, contrapposto alla tendenza all’approssimazione che caratterizza la società contemporanea.
Concluso il ciclo di conferenze, emerse l’idea del lavoro dello scrittore come sfida alla degradazione della società con le armi specifiche della lingua.
Tale assunto, pur risalendo al 1984, si rivela attuale, anzi avveniristico, perché sembra che Calvino abbia predetto l’immaturità linguistica dei giovani, così legati ai fattismi “diciamo” e “praticamente” che si diffondono come la peste, ed esattamente come la peste, non fanno discriminazioni di classe o livello di istruzione. Dai giornalisti televisivi ai fisici del Cern di Ginevra, numerose anime sono affette da questo virus.
Il “diciamo” è socievole: si accompagna al “praticamente”, al “grossomodo”, al “quant’altro” e al “cioè”, ricorrente come un incubo.
Che “direbbe” Calvino di questo intercalare-pleonasmo, indice di una debolezza linguistica che ogni giorno lambisce nuovi individui e non li abbandona più.
E poi, lo “diciamo” sempre, ma ce ne accorgiamo?
Per prima cosa è presuntuoso usare il plurale se il soggetto parlante non si fa portavoce di un gruppo e poi, si tratta di un evidente segnale di perdita di controllo sul proprio linguaggio.
Ma il fenomeno peggiore cui mi è capitato di assistere è il contagio: i discenti ne fanno largo uso e i luminari ne seguono l’esempio.  
Dunque … non diciamo(lo) a Calvino.
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 25 giugno 2010, p. 22.

Il Corteo dei Nobili di Bitonto

Recensione: Domenico Schiraldi, Il Corteo dei Nobili. Genealogie di dodici casati illustri bitontini, Edizioni Raffaello, Bitonto 2013, pp. 287. 
 
     Ciò che da sempre ci affascina rappresenta una risorsa per lo studio della storia. Si tratta delle persone di sangue blu che hanno costellato le epoche passate tra immunità e privilegi donandoci oggi il raro privilegio di saperne di più sulle nostre terre natie attraverso le loro gesta.
     I nobili hanno lasciato una traccia del loro passaggio nei documenti archivistici e nell’architettura che, resistendo al logorio del tempo, sono pervenuti fino ai giorni nostri. Ma occorre un’eroica impresa per scartabellare la gran mole di fonti a disposizione per giungere a ricostruire anche un solo frammento di storia. Ci ha provato con successo l’archeologo e giornalista Domenico Schiraldi, il quale ci rammenta l’etimologia della parola “nobile”: deriva dal latino noscere, ossia conoscere. In un certo senso l’autore ci insegna ad avere un’immensa brama di conoscenze al cui accumulo non dovremmo mai rinunciare. Se è riconosciuta l’equazione sapere = potere, sarà valido anche l’accostamento tra cultura e identità, completezza, attenzione, ricchezza, fascino. È con eleganza che Schiraldi fa sfilare un vero e proprio Corteo di Nobili bitontini illustrandone i dodici casati imponenti ed il loro legame con le vicende storiche di epoca medievale e moderna.
     È un omaggio alla città di Bitonto le cui mura, strade, archi, chiese e monumenti del borgo antico tornano a narrare i costumi di un tempo lontano. Esiste un lungo elenco di studiosi che hanno offerto ed offrono il sacrificio della ricerca al comune di Bitonto, non allo scopo di placare gli dei, bensì per esprimere gratitudine ad una città dal forte potere evocativo e dalle tradizioni eterne.   

Morire in spiaggia in un mare di indifferenza

     Il genere horror, editoriale e cinematografico, nasce con l’obiettivo di sdrammatizzare la paura della morte perché essa è il solo elemento sul quale non possiamo esercitare alcun controllo. È inevitabile. È l’unico appuntamento che non potremmo mai disertare. Inoltre ci rende uguali e umili. Ma recenti fatti di cronaca dimostrano che l’abbiamo sdrammatizzata eccessivamente.
Può capitare di essere colti da malore improvviso al mare, in acqua, e di lasciarci le penne. La corrente o un bagnante riporta il corpo a riva. Si avvisano le forze dell’ordine e sulla salma si posa un telo bianco. Cosa accade intorno? Quello che non ci si aspetta. La stampa riporta tragedie (annegamenti) avvenuti in luoghi diversi, ma che presentano il medesimo scenario post mortem: i bagnanti hanno continuato a prendere il sole, giocare sulla sabbia, fare il bagno, giocare a palla o con i racchettoni… hanno continuato a vivere e a gioire a pochi metri da quei corpi coperti da un lenzuolo. È tutto regolare: un corpo senza vita giace sul bagnasciuga e la cosa non turba e non suscita altro sentimento che l’indifferenza, talvolta accompagnata al desiderio di scattare qualche macabra fotografia. Non il silenzio o il raccoglimento, ma tuffi, risate ed il solito vociare equoreo, perché un cadavere in spiaggia è un evento ininfluente. Si tratta forse di horror vacui? In fisica questa locuzione latina indica che la natura ha l’orrore del vuoto e perciò lo riempie costantemente (in realtà l’esperimento di Torricelli sfatò la teoria aristotelica). Forse noi, come la natura vogliamo sopperire al vuoto della fine di un’esistenza? No, non siamo così profondi, almeno non più profondi di una pozzanghera.
L’indifferenza generale è stata stroncata solo dopo l’esortazione da parte dei membri del soccorso pubblico e della difesa civile ad assumere un comportamento dignitoso.
Perché tutto questo dovrebbe tangerci? Forse è un modo per soffermarci a riflettere su un fenomeno che ha già prodotto in noi assuefazione. Ogni giorno svolgiamo le più disparate attività camminando (qui sarebbe meglio il termine ambivalente “errando”) tra una lunga serie di valori ormai defunti ed imputriditi. E di fronte a questo scenario di morte siamo e restiamo indifferenti.

Università di Bari in pericolo. Chiudere o estirpare le erbacce?

     Il rapporto Anvur è severo nella valutazione della qualità della ricerca meridionale. L’Università di Bari si colloca a fondo classifica. Il parametro di riferimento è quello delle pubblicazioni. Il presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, tuona contro l’Ateneo barese giudicandolo una fabbrica di illusioni che andrebbe chiusa. Che situazione! Qual è la causa? Negli Stati Uniti se in un’azienda le cose collassano si organizza una battuta di caccia alla ricerca della bad apple, ossia della mela marcia che va allontanata dalle altre per non contagiarle. A Bari la formazione fungina, di colore biancastro e verdognolo e di odore particolare (muffa) che ha intaccato il sistema la si può scorgere in ciò che è pubblico. Non è necessario scavare a fondo nella vita dei docenti poiché i loro curricula studiorum sono resi pubblici all’interno dei siti di Facoltà. Da quei documenti si evincerà un percorso di studi tutt’altro che modesto, vantando soggiorni in prestigiosi istituti d’oltralpe. I danari permettono opportunità impensabili. Ma poi è in patria che si tenta la scalata sociale. Vincono la cattedra, ma non la onorano. Il loro iter professionale dovrebbe dare luogo a pubblicazioni scientifiche numerose e costanti nel tempo. Ma i risultati scarseggiano. Eppure non devono autofinanziarsi i libri. Eppure quei corsi di perfezionamento d’alto livello avrebbero dovuto determinare un’esplosione nella produzione accademica. Invece no. Se il lavoro di queste mele marce fosse a cottimo, non arriverebbero a fine mese. Situazioni del genere danno adito ai soliti sospetti con una novità: attraversiamo un varco e fluttuiamo a mezz’aria con alcuni termini: parentopoli, raccomandazioni, referenze. Parentopoli vuol dire che l’Università è simile a un’azienda a conduzione familiare. Che le ex fidanzate restino in buoni rapporti con i prof., dunque. Potrebbero inserirsi in Ateneo. Una raccomandazione può essere lecita o illecita. Nel primo caso prende il nome di referenza. Ma un genitore luminare ha la lucidità necessaria per fornire referenze sul proprio figlio? Essere figli d’arte o voler seguire le orme di babbo e mamma non è sbagliato, lo è ignorare le proprie reali capacità. Ma qualcosa di genetico ed ereditario c’è. Confrontando i curricula di due prof. imparentati si può notare il medesimo corredo cromosomico: macro titoli e micro pubblicazioni. È nelle loro mani che riponiamo la formazione dei nostri figli. Troppo pochi ancora sono coloro in grado di infondere passione professionale. La soluzione però non è chiudere, causando una retrocessione culturale del meridione, bensì estirpare le erbacce che vivono tranquille all’ombra di un contratto a tempo indeterminato.

mercoledì 1 ottobre 2014

Il tempo è tiranno, è bene dunque non sprecarlo

     Esattamente due minuti prima dell’inizio ufficiale, Mario Monti recita il discorso d’inaugurazione della 76esima edizione della Fiera del Levante. La peculiarità della cerimonia induce a riflettere.
Avete mai desiderato di poter esercitare il controllo sul tempo? Pensateci bene, è possibile e lo facciamo già. E non mi riferisco alla fotografia o al cinema che ci consentono di viaggiare avanti e indietro nel tempo rievocando ricordi e scenari di altre epoche. Punto il dito verso il nostro modo di gestire le situazioni quotidiane. Quando chiedo cinque minuti di tempo, non si verificherà mai una contrazione, bensì una dilatazione del tempo stesso che divergerà da quello richiesto. Pensiamo ora agli uffici pubblici: letale, per i dipendenti, sarebbe se aprissero con un leggero anticipo con lo scopo di smaltire una fila più che compatta, è più probabile che gli sportelli disegnino un arco di circonferenza, aprendosi, ma sempre in ritardo. Teletrasportiamoci con l’immaginazione ad un convegno. Inizio ore 9.00 sulla locandina, inizio effettivo ore 10.00, sul fuso orario di un’altra città europea. Il colpo di scena viene verso la metà del convegno, dopo che i relatori si sono ampiamente lamentati del ritardo, perché ad un certo punto occorre una piccola pausa a rinvigorire l’attenzione. Si propongono 10 minuti e ne trascorrono 30. Gli uditori, tra le onde del pubblico si accorgono della distorsione temporale, ma non emettono un fiato. Il termine previsto era fissato per le ore 13.00, quando ormai non si pensa ad altro che alla pietanza in tavola, ma è qui che, usiamo un gergo tecnico, si sfora.
Einstein sosteneva che il tempo scorresse in maniera soggettiva, intendendo dire che è la nostra percezione dello scorrere del tempo che varia a seconda che l’attività svolta sia più o meno piacevole. Nell’arcipelago de “L’isola di Arturo” sembra quasi che il tempo si sia fermato per la minuzia di particolari impiegata da Elsa Morante nelle descrizioni. Uno dei sonetti del Canzoniere di Petrarca si apre con «La vita fugge e non s’arresta un’ora». Vita e tempo possono equipararsi. Vita e tempo fluiscono inesorabilmente, per questo è in quell’attimo fuggente che dovremmo sforzarci di incastonare le gioie della vita. Propongo Quinto Orazio Flacco per il gran finale: «Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà fuggito. Carpe diem (cogli l’attimo), e del domani fidati il meno che puoi» (Odi, I, 11). Meditiamo su queste parole che al fluire del tempo tiranno hanno resistito e impieghiamo le nostre energie in un esercizio: fare in modo che mai un minuto della nostra quotidianità vada sprecato. È una questione di lancette.
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 17 settembre 2012, pag. 18.

L'articolo fa parte della sezione "Attualità & Cultura". Potrebbe interessarti anche:
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Frammenti di storia monopolitana

     È stato esaudito il nostro ancestrale desiderio di spostarci a ritroso nel tempo per poter rivivere le vicende di ambienti ormai eclissati da una feroce urbanizzazione.
     L’autore infonde nelle sue opere un peculiare amore verso la città che gli ha dato i natali. Vincenzo Saponaro è il discendente di un’antica famiglia di artigiani delle costruzioni navali, i “Maestri d’Ascia”.
     Le sue opere trovano ingenti quantità di propellente in un aforisma di Cicerone: «Non sapere cosa è avvenuto prima di noi è come restare sempre bambini». L’infanzia è la parola chiave, il periodo cruciale nel quale si creano le fondamenta degli uomini di domani. È il periodo della vita nel quale nascono e si consolidano le tradizioni orali familiari. Lo afferma anche il prefatore Achille Chillà, secondo il quale è probabile che l’autore sia stato spinto dal ricordo delle narrazioni dei suoi nonni, un ricordo vivo nel suo cuore, un cuore grande e denso di altruismo perché ora che ha raggiunto una veneranda età si è reso nonno di tutti noi tramandandoci le sue storie attraverso “il libro”. Anch’esso rappresenta l’elemento cardine di una tradizione che non è destinata a tramontare, nemmeno all’alba dell’era digitale, dalla quale anzi ha ottenuto nuova linfa.
     Vincenzo Saponaro è un uomo umile e per questo non presenta la sua opera con appellativi enfatici bensì come una semplice, ma necessaria “testimonianza”.
     La storia di una città non è che un mosaico composto da tessere di varia natura corrispondenti alle sfumature che la stessa storia ci dona, quasi fosse un caleidoscopio che fa emergere in noi l’entusiasmo sempre presente in un infante.
     Nel testo si susseguono avvenimenti storici impreziositi dall’essere stati vissuti in maniera diretta dall’autore, ma l’opera condensa anche un insieme immagini, mappe e cartine ricostruite dalla pazienza e dall’abilità manuale di Vincenzo Saponaro. Le illustrazioni sono numerose e si alternano a fonti iconografiche, le fotografie d’epoca che conferiscono eloquenza ad ogni singola pagina. È un viaggio avvincente che ci conduce attraverso i secoli, dal xi al xx secolo. Merita la nostra attenzione anche la preghiera del marinaio a pagina 154.
     Al termine dell’opera vi è una rassegna di adagi popolari tradotti in dialetto monopolitano. Con l’impegno di tutti dovremmo fare in modo che «N’isciune e carne, rummenne alla vuccerè», ossia «Nessuna carne resta in mecelleria». Ora trasponiamone il senso: nessun libro resti in libreria. 
     Autore Vincenzo Saponaro, Frammenti di storia monopolitana, Arti Grafiche Favia, Bari 2012, pp. 221, € 22.