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venerdì 16 gennaio 2015

La Nazionale specchio di una nazione viziata

Un brutto ricordo che appartiene al 2014
Ho giocato a calcio per anni, ma non ho mai scritto nulla su questo «nobile sport» forse perché si è dimostrato raro tale accostamento lessicale. Il gioco del calcio è metafora di vita: la vittoria rende tutto semplice, ma è la sconfitta che rivela chi siamo.
L’Italia dei mondiali 2014 ha palesato una certa arroganza fin dal ritiro: Prandelli sembrava artefice di una formula infallibile poiché aveva allenato gli azzurri abituandoli a condizioni climatiche affini a quelle brasiliane e affidato loro una dieta ricca di sali minerali per evitare crampi muscolari; Balotelli in conferenza stampa con falsa modestia dichiarava di non voler essere considerato una star anche se in qualità di punta è lui che decide le sorti del match. La prima vittoria non ha fatto che incrementare il livello di superbia schiacciando quell’umiltà che tanto si reclama e poco si mette in pratica. Sentivano di aver vinto ancor prima di entrare in campo contro il Costa Rica, squadra che asseriva di conoscere l’Italia come il palmo della mano avendone studiato ogni partita e che tuttavia si sentiva onorata di affrontare un match impegnativo e non vincente in partenza. La nazionale ha manifestato la sua vera indole: poco gioco di squadra e troppe verticalizzazioni ad un Balotelli sul filo del fuorigioco, pronto a calciare nello specchio piuttosto che a muoversi. Al termine dell’incontro il CT affermò che non ci si aspettava una squadra tanto aggressiva. Una dichiarazione che si commenta da sola! Ci siamo illusi di vedere un’Italia diversa con l’Uruguay. La precedente sconfitta nulla ha insegnato agli idoli d’Italia. Un gioco spesso sleale con ripetuti sgambetti sulla fascia laterale e profondi palpeggiamenti in fase di marcatura. Poi il morso di Suarez a Chiellini… preliminari!? Quel calcio che da sempre unisce ed infuoca i tifosi si è reso ridicolo e in un mare di delusione ciascuno spettatore dice quel che pensa. Per essere ben pagati hanno sempre musi lunghi; si gioca per divertirsi e il gioco non è un vero lavoro! I calciatori spendono troppo tempo a girare spot pubblicitari che ad allenarsi duramente. Poco coesi e sportivi hanno disonorato una professione straordinaria in un periodo di dilagante disoccupazione. Si passa ad accusare l’intero sistema calcistico che investe in stranieri e non in scuole calcio per allevare promesse nostrane. Si additano gli stadi privi di ammodernamenti: le famiglie dovrebbero poterci trascorrere intere giornate in relax ed armonia, ma mancano adeguate strutture presenti invece all’estero. Esecrabile è stata considerata la location dei mondiali in un Brasile denso di indigenza e sfarzo. Tutto il risentimento che gli italiani provavano per il calcio è emerso con la prorompenza di un’eruzione vulcanica. Pare che la nazionale abbia rispecchiato la situazione mentale e strutturale del paese che rappresenta. Ma anche la tifoseria fa parte di questo marchingegno: siamo pronti ad esternare un amore viscerale verso chi vince ed è popolare, ma basta una sconfitta per ignorare gli idoli di una vita. Il vero tifoso conforta la propria squadra soprattutto nei momenti critici. È semplice coerenza.
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 3 luglio 2014, p. 24.

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