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venerdì 31 ottobre 2014

Zucca di Halloween intagliata

     Anche se non ci appartiene, la festività di Halloween ha permeato le nostre vite e l’intero sistema commerciale.
     L’industria dolciaria ha creato una vasta gamma di delizie a tema, ma c’è chi con fare artigianale si dedica all’intaglio delle caratteristiche zucche (Jack-o'-lantern).

     Procurate una zucca, tondeggiante o dalla forma allungata. Disegnate su di essa il volto spaventoso che in seguito verrà intagliato. Private la zucca del cappello ed iniziate a svuotarla con l’ausilio di coltello e cucchiaio. Il passaggio seguente prevede che si incidano occhi, naso e bocca servendovi di uno scavino. Il vostro personalissimo emblema di Halloween è quasi pronto, non resta che riporvi il cappello ed inserirvi una candela. L’effetto è più che eloquente.
     Arricchite ora la vostra tavola cucinando dei biscotti a forma di zucche, cappelli da strega e fantasmini.

martedì 28 ottobre 2014

Crisi finanziaria: anche i guru della finanza ci han capito poco

     C’è poca chiarezza sulla crisi economica del XXI secolo. Cambiamenti rapidi e difficili da mettere a fuoco, perfino per le menti dell’alta finanza. Questo è il caso dei frutti che cadono lontano dall’albero, infatti non la comprenderemo mai pensando ai problemi odierni, ma dobbiamo risalire al 2007 per conoscere le radici della crisi. I mutui subprime sono all’origine della grande crisi. Vengono concessi a soggetti con problemi di inadempienze, pignoramenti e fallimenti nella storia di debitore, nonché scarso reddito. Il rischio deriva dagli alti tassi di interesse.
Le rate dei mutui a tasso variabile raggiunsero livelli al di sopra dei redditi medi e nel 2007 scoppia la bolla dei mutui: 15 Stati Usa registrano il maggior livello di rate non pagate da almeno 90 giorni e le banche hanno confiscato gli immobili mettendoli all’asta. Ma non è finita qui. I rischiosi prestiti immobiliari erano stati inseriti all’interno di obbligazioni contrassegnate dalla tripla “A” che rappresenta lo status di massima affidabilità del titolo. Niente di più falso, per questo si sente parlare di «titoli tossici». Questi titoli possono essere acquistati da privati, banche, fondi pensione e paesi all’estero. È così che ebbe inizio il contagio.
I problemi della finanza mondiale nascono dal crollo di una delle cinque power-house (cittadelle del potere) di Wall Street, la Bear Stearns, la banca d’investimento americana tra le più esposte ai mutui subprime. La banca d’affari americana Jp Morgan ha salvato la situazione rilevando la Bear, i cui gestori sono finiti sotto inchiesta dell’Fbi e arrestati con l’accusa di cospirazione, frode e scarsa trasparenza ai danni degli investitori. Le banche dovrebbero migliorare le comunicazioni fornite ai clienti, in modo che essi possano scegliere con maggiore consapevolezza i prodotti finanziari più o meno rischiosi.
L’opinione pubblica fa coincidere l’origine della crisi finanziaria mondiale con il crac della banca d’affari americana, Lehman Brothers che si occupa di servizi finanziari a livello globale. Il 15.09.2008 la società ha annunciato la procedura di fallimento pilotato o bancarotta per l’accumulo di ingenti debiti. La società cesserà di esistere quando sarà completata la procedura di bancarotta.
Il nostro banco degli imputati ha accolto un caso attuale di globalizzazione finanziaria che si riferisce alla crescita e all’ampliamento dei mercati finanziari. Il suo effetto indesiderato però è il fenomeno del contagio, ossia la possibilità che le crisi abbiano effetti al di là del mercato di origine, con ripercussioni a livello globale attraverso canali di trasmissione quali i legami commerciali e finanziari. Non sono mancate le misure anti-crisi volte ad incentivare gli investimenti e ad aumentare i consumi. Ma la prospettiva della disoccupazione li ha inibiti. Il resto lo state vivendo.

domenica 26 ottobre 2014

Frittelle di Halloween a forma di zucca e fantasmini

     Nella vigilia di Ognissanti molti paesi osservano una festività annuale. Ha origini remote che risalgono ad antiche tradizioni celtiche ed anglosassoni.

     Secondo la leggenda, gli spiriti erranti tornano indietro la notte del 31 ottobre in cerca di un corpo da possedere. I Celti credevano che in questa magica notte tutte le leggi fisiche che regolano il tempo e lo spazio venissero sospese, rendendo possibile la fusione tra mondo reale e aldilà. Per non essere posseduti, i contadini dei villaggi rendevano le loro case fredde ed indesiderabili spegnendo i fuochi nei camini. Si mascheravano da mostri e si aggiravano per le strade per far scappare gli spiriti senza farsi riconoscere. Per illuminare il cammino intagliavano una zucca e vi inserivano una candela, come fosse una lanterna.
     Il 31 ottobre è Halloween, la notte in cui streghe, fantasmi, demoni e altre cose spaventose escono a tormentare la gente. I bambini si vestono in costume e vanno a fare “dolcetto o scherzetto” per ogni casa nel quartiere. Se i vicini non danno loro i dolci, i bambini rendono loro uno scherzo.

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venerdì 24 ottobre 2014

Fukushima: l’età dell’incertezza nell’era energetica

     Ci siamo illusi che il progresso scientifico e i trionfi della tecnica potessero rendere migliori le nostre vite. L’uomo di oggi si chiede (?) fino a che punto i rischi derivanti dal progresso scientifico siano giustificabili.
Abbiamo evidenti difficoltà a preservare l’ambiente che ci ospita.
Dall’11 marzo Fukushima ci terrorizza e ci ricorda che nell’aprile del 1986 il mondo visse momenti da incubo per via dell’incidente nucleare di Chernobyl dovuto all’incendio di un reattore che causò una grave contaminazione. Pochi rammentano però che si tratta solo dell’ultimo caso di una lunga serie di pericolosi incidenti: 1957, Windscale (GB): incendio di un reattore, contaminazione di 800 Kmq di suolo; 1958, Urali: esplosione di un deposito di scorie che contaminò vaste zone di terreno; 1968, Detroit: fusione del nucleo di un reattore autofertilizzante, gravi rischi di contaminazione; 1969, Colorado: incendio di un deposito di scorie con emissione di plutonio; 1972, New York: esplosione di un impianto di plutonio; 1975, Brows Ferry (USA): con una candela un operaio provocò un incendio che mandò in tilt cinque sistemi di emergenza; 1977, Windscale: con un mese di ritardo (questo ci terrei a sottolinearlo) fu denunciata la perdita di 2 milioni di acqua radioattiva; 1979, Harrisburg (USA): l’errore di un tecnico provocò un gravissimo incidente che distrusse un reattore; 1981, Windscale: una nube di iodio 131 invase le campagne circostanti contaminando i rifornimenti locali di latte.
La questione della sicurezza delle centrali nucleari è sempre stata al centro di dibattiti tra il pericolo incombente e la presunzione circa la massima affidabilità delle centrali. L’Italia allontanò l’idea di attuare programmi nucleari con il referendum popolare del 1987, mentre altri paesi industrializzati come il Giappone hanno fatto dell’energia nucleare il centro dei loro programmi energetici. Mi chiedo perché non si sia tenuto conto dei due maggiori problemi legati alla radioattività e che minano tali progetti: movimenti sismici o attività vulcanica e maremoti possono rendere instabile il suolo e compromettere l’isolamento dei reattori.
Sulla base dei miei studi posso affermare che il Giappone non è la sede adatta ad accogliere centrali nucleari, ma so anche che la motivazione a costruire centrali è quella di diminuire la dipendenza di un paese dall’estero per gli approvvigionamenti energetici. Forse siamo privi di una conoscenza sociale che ci renda realmente consapevoli dei delicati equilibri ambientali.
     Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 2 aprile 2011, p. 24.

martedì 21 ottobre 2014

I disastri naturali si abbattono contro l’uomo che non fa ammenda

     Il maremoto di Sumatra causa lo spostamento dell’asse terrestre di 7 cm (26 dicembre 2004). Il maltempo ha flagellato la Liguria (1 anno fa). Tromba d’aria investe l’Ilva (in questi giorni). Bombe d’acqua, pioggia battente, nubifragi di straordinarie proporzioni, disagi inevitabili, numerosi millimetri di acqua ne richiamano altri, persistenza di precipitazioni diffuse, rovesci o temporali di forte intensità, il fango acuisce il disastro.
L’allerta meteo non cessa. L’alluvione travolge ogni cosa e lascia dietro di sé giornate di lutto.
I fiumi esondano e molte altre regioni d’Italia non sono indenni.
I corsi d’acqua, manifestazione della natura per antonomasia, fuoriescono dagli argini investendo le opere dell’uomo nonché l’uomo stesso.
È colpa della natura? Non poniamola sempre sul banco degli accusati perché sarebbe l’unica a non aver mai agito in maniera subdola. Dovremmo invece interrogarci intorno alla liceità delle opere dell’uomo poiché tra i fattori che concorrono alla modificazione del territorio non va dimenticato l’intervento umano: disboscamenti, deviazioni di corsi d’acqua, costruzione di dighe, bonifiche di zone paludose. Sono trasformazioni artificiali del paesaggio. Col passare del tempo questi interventi provocano fenomeni apparentemente naturali come frane ed alluvioni, ma che in realtà affondano le radici in un precedente intervento umano sull’ambiente.
Ricordiamo che la distruzione dei boschi in montagna porta alla formazione di frane perché la mancanza di alberi causa un indebolimento del terreno. Le radici delle piante trattengono il terreno tra le loro ramificazioni rendendolo stabile. Anche le foglie degli alberi rivestono un ruolo non indifferente: intercettano le gocce di pioggia lasciandole cadere più lentamente sul terreno, facilitandone l’assorbimento. Ma questi sono solo cenni di geografia del territorio. Roba da infanti. Peccato però che il capriccio speculativo dell’uomo valga più della sua vita e del territorio che lo ospita.
Dopo l’ultima alluvione è stato asserito che vi erano tutti i permessi per proseguire nella costruzione di dighe, palazzi, o per deviare corsi d’acqua. Ma quei permessi erano meramente acquistati oppure fondati su un meticoloso monitoraggio della fisionomia e della geologia dell’ambiente?
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 1 dicembre 2012, p. 28.

domenica 19 ottobre 2014

Non si è mai pronti alla perdita di un figlio

Per non dimenticare Daniele Bonante
     Ogni giorno ci destiamo e ad attenderci sulle pagine dei quotidiani cartacei e online c’è la notizia di una dipartita. Si rischia di incorrere nell’assuefazione, un rischio scongiurato dalla caducità della vita umana che può colpire chiunque. Infatti giunge il mattino in cui scopriamo che l’individuo che ha perso la vita lo conoscevamo e il nostro cuore palpita di dolore. Un giorno salutiamo il nostro bambino, ormai adulto, che si accinge ad andare al lavoro e poche ore dopo ci informano che non lo rivedremo mai più perché un incidente fatale ce lo ha portato via e da genitori ne restiamo devastati. È questo ciò che è accaduto alla famiglia di Daniele Bonante, il ragazzo di 21 anni venuto a mancare a causa di un fatale incidente stradale mentre si recava sul posto di lavoro.
     Questa giovane vita stroncata io la conoscevo. Dov’è adesso Daniele? In un posto migliore? Sono questi i casi in cui la fede può placare le nostre sofferenze. Anche se subito dopo ci interroghiamo sul senso delle cose e sull’esistenza di una giustizia divina.
     Per trovare un senso di pace interiore io provo a rifugiarmi sul viale dei ricordi. Ripenso ad un paio di anni fa quando mi ero aggregata alla famiglia di Daniele per una gita fuori porta. Il suo era un quadretto familiare meraviglioso, capace di godere delle piccole gioie della vita. Lui era un ragazzo come pochi che portava il massimo rispetto verso i suoi genitori ed aveva un buon rapporto con il fratello minore. Solare ed aperto al dialogo, amava le partite di calcio, la pizza e si mostrava sempre collaborativo con i parenti.
     Quante volte il lavoro si trasforma in anticamera della morte! Lui non tornava da una nottata brava trascorsa in discoteca, ma andava a svolgere il proprio dovere per costruirsi un futuro in completa autonomia senza vivere alle spalle dei genitori. In un attimo è tutto finito per un ragazzo dai buoni propositi e dagli onesti valori. 
     Perché non diventi un’abitudine, se c’è anche una vaga possibilità di rendere più sicure le strade che percorriamo quotidianamente, attuiamola. 
     Come si fa a dare conforto ai suoi genitori, a suo fratello? Sono inconsolabili.
     Forse possiamo cercare di dare un volto ai cari estinti affinché il loro ricordo non svanisca e permanga anche nell’animo di chi gli era completamente estraneo.  
     Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 19 maggio 2014, p. 12.

giovedì 16 ottobre 2014

Sculture con i palloncini. Divertitevi!

     È uno svago senza limiti. In casa o alle feste. Per grandi e per piccini. Tutti voi potete divertirvi a realizzare le sculture con i palloncini.
- Cane (barboncino);
- cavallo a dondolo;
- mitragliatrice;
- tulipano rosso;
- uccellini appollaiati sul cuoricino;
- sciabola da corsaro;
- fiore con quattro petali;
- scimmia arrampicata;

martedì 14 ottobre 2014

Risiedere a San Francisco? Dall’immaginazione al resoconto

     Federico Rampini, San Francisco–Milano. Un italiano nell’altra America, Editori Laterza, Roma–Bari 2013, pp. 182, euro 7,90.
     Federico Rampini ci propone un interessante viaggio alla scoperta dell’universo californiano e della caleidoscopica società di San Francisco. Un avvertimento è d’obbligo: non si dovrebbe intraprendere questa lettura se già si nutre un forte sentimento verso la città e al momento è utopico recarvisi, poiché si tratta della narrazione di un ricordo che ha generato una nostalgia inestirpabile. Viene descritto un centro cittadino che appare immerso nell’incanto del vivere civilmente. Perfino quando l’autore cerca di enucleare i «difetti» della città californiana, produce l’effetto contrario, accrescendo e rinnovando l’ammirazione verso di essa.
     L’autore attraversa trasversalmente la storia e gli eventi che hanno coinvolto la società di San Francisco che deve il suo vigore all’apporto offerto dal fenomeno migratorio che ha incontrato nella comunità locale un’accoglienza protesa all’inserimento millimetrico di numerose etnie.
     Rampini, quasi in forma diaristica, rammenta gli anni del suo soggiorno nella baia per motivi professionali. La regola aurea che traspare dal racconto riguarda l’integrazione, ovvero l’inserimento attivo degli stranieri in ogni ambito sociale e con probabilità di carriera. Ad esempio a destare uno stupore positivo è l’episodio dell’esame per ottenere la Green Card, il permesso di residenza permanente, unico preludio per ricevere la cittadinanza americana: è stato condotto da un cinese. È anche il caso di annoverare la composizione delle pattuglie di polizia: multietniche proprio come la società in cui prestano servizio.
     In questo lembo di terra a ovest degli States, la concezione di immigrazione non volge verso la repulsione, bensì verso l’integrazione e la profusione del rispetto di regole comuni, unica chance di osservare buon senso e senso civico che a San Francisco rappresentano la norma.
     Si è venuta a creare una società caratterizzata da una mescolanza di etnie che non presenta cenni di devianza. L’ingrediente segreto è l’organizzazione ponderata al punto da concedere a tutti i cittadini un’occupazione, un ruolo e trasmettere un messaggio di eguaglianza senza ombra di discriminazione come dimostra il reclutamento delle forze dell’ordine.
     La logica del sistema che sostiene un territorio scosso solo dai terremoti è orientata all’applicazione della formula «tolleranza zero», progenitrice diretta di ordine e disciplina.
     Quel piccolo angolo di paradiso parzialmente contaminato che si affaccia sull’oceano Pacifico affascina da tempo senza riserve. Se poi si ricerca il paragone con l’Italia, San Francisco diviene regina incontrastata di ogni classifica immaginabile. Se in Italia la legge antifumo viene costantemente violata o aggirata, dall’altro capo del globo viene rispettata in pieno. Non vale però la medesima regola per l’uso di droghe leggere, che anzi circolano con facilità. Non a caso Eldorado è un paese leggendario.
     A tratti sembra che l’autore illustri un mondo parallelo in cui il calcio, fin dall’infanzia, viene giocato con estremo riguardo nei confronti di compagni, avversari, allenatori ed arbitri. È sui campi da gioco che ci si allena alla vita. Dal campo alla strada nulla varia: alla severità dei controlli si unisce un’assidua autodisciplina. La congestione del traffico viene evitata anche negli orari di arrivo/uscita degli allievi dalle scuole, sia pubbliche che private.
     L’educazione e l’osservanza dei codici di comportamento istituzionali e civili genera un effetto endemico (un giorno sarebbe entusiasmante poter dire epidemico perché implicherebbe il superamento dei confini geografici californiani) poiché ogni fascia della popolazione emula comportamenti corretti.
     La criminalità è in calo e non si verificano concentrazioni della stessa in determinate zone del centro cittadino come accade invece nelle stazioni italiane.
     Anche il Dottorato nella prestigiosa Università di Stanford ha connotati colmi di speme: i giovani studiosi lavorano fianco a fianco e vivono il dottorato come missione e mai come ripiego.
     Solari sono le pennellate con le quali si delinea una città sicura nella quale il conformismo sano è un valore ferreo. Anche senza il deterrente di multe e sanzioni, chi porta a spasso i cani è sempre munito di guinzaglio e paletta per la raccolta delle deiezioni. Si direbbe che non ci sono cani a San Francisco dato che non v’è traccia alcuna del loro passaggio sui marciapiedi, nelle aiuole e nei parchi. Non esiste quadrupede che mostri aggressività perché i migliori amici dell’uomo frequentano scuole di addestramento.
     Tra i cospicui temi lambiti non si riscontra però quello della ricerca di un lavoro. Probabilmente perché l’autore in possesso di un impiego non ha osservato la situazione lavorativa del luogo. Tuttavia l’aver ribadito l’assunto secondo il quale San Francisco sia l’esemplare perfetto di società aperta, multietnica e convergente verso l’obiettivo di integrare gli immigrati, dovrebbe implicitamente fornirci l’indicazione non palesemente espressa.

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venerdì 10 ottobre 2014

Servirebbe un Franklin Delano Roosevelt per rilanciare l'Italia

     Sapevate che nella carica di Presidente degli Usa coincidono i poteri che in Italia sono scissi tra Presidente della Repubblica e del Consiglio? E sapevate che nel 1929 si era verificata una crisi economica di proporzioni mondiali simile a quella odierna? Una crisi di sovrapproduzione unita alla speculazione finanziaria portarono alla crisi del ’29. Crollarono i titoli azionari nella borsa di Wall Street. Si ebbero pesanti ricadute sull’economia americana e gli effetti raggiunsero le sponde dell’Europa.
Fin dal 1946 il ritratto di Roosevelt appare sul recto della
moneta da dieci centesimi di dollaro, il Dime,
nomignolo della monetina di tale taglio.
     Nel ’33 venne eletto presidente Franklin Delano Roosevelt (l’unico a essere rieletto per 4 volte, guidando il Paese dal ’33 al ’45). Aveva di fronte a sé circa 13 milioni di disoccupati. Il 32° presidente aveva affrontato personali vicissitudini: fu colpito da poliomielite che lo lasciò paralizzato e non autosufficiente. La lotta contro la malattia per recuperare la normalità segnò il suo carattere, rendendolo tenace e determinato. Roosevelt ha incarnato il volto di un’America che desiderava risorgere. Intraprese un’efficace azione di politica interna per consentire al paese di uscire dalla depressione. Tracciò le linee del New Deal, il nuovo corso da offrire al Paese. La formula vincente era la concezione innovativa di «Stato imprenditore». Il programma di ripresa consisteva nella creazione del Welfare State, lo stato del benessere o assistenziale che avrebbe garantito ai cittadini beni fondamentali e un livello minimo di reddito. Furono promosse grandi opere pubbliche (ponti, dighe, canali) gestite da Enti Federali. Così lo Stato avrebbe assorbito la disoccupazione e aumentato le forniture industriali. Si determinò una crescita della produzione e dei lavoratori. Si prevedeva una graduale uscita degli Usa dalla crisi. Una delle grandi opere pubbliche finalizzate a creare posti di lavoro fu un ponte: il Golden Gate Bridge. È un ponte sospeso che sovrasta il Golden Gate, lo stretto che mette in comunicazione la baia di San Francisco con l’oceano Pacifico. Collega la punta settentrionale dell’omonima penisola di San Francisco con la parte meridionale della Contea di Marin dove è ubicato il piccolo centro costiero di Sausalito. Fu eretto in questi anni e terminato nel ’37. È uno dei capolavori del New Deal e dell’architettura moderna. Quel ponte, impresso su innumerevoli pellicole, è la mia grande passione ed oggi la divido con voi.
Ma in Italia abbiamo mai avuto qualcuno che somigliasse a F. D. Roosevelt?

Ferrovie del Sud Est: i veri guai giungono dopo gli incidenti stradali

     I manuali di scuola guida consigliano di guidare in modo adeguato alle caratteristiche dei veicoli e alle condizioni della strada e del traffico adottando le cautele dettate dal buon senso e mostrando forte senso civico.
     Ma a volte accade l’inevitabile. Spenta l’auto, si mette in moto un meccanismo perverso noto e inevitabile. I coinvolti nel più blando dei sinistri escono di scena, ma ne finanziano ogni atto, ed entrano in campo nuovi personaggi: assicuratori, periti e carrozzieri. Come difensori, centrocampisti ed attaccanti, si passano la palla, anzi le cifre numeriche con una leggerezza che non si addice alle somme in denaro. Sono numeri inflazionati e non c’è freno a questa abitudine. Spesso pare che il perito che, presa visione del veicolo, stima il danno sia in possesso degli stessi listini dei carrozzieri con prezzi astronomici anche per riparare abrasioni, e non raschi profondi, o gibbolle (se ne parlò in un servizio della trasmissione “Le Iene”). Gli assicuratori risarciscono i danni, nei limiti del massimale, per poi infliggere il loro colpo mortale nelle rate della polizza. Dal carrozziere, sempre più simile ad un orefice, si recano in pochi. Quando gli incidenti provocano solo danni alle cose, ci si può avvalere del modulo di constatazione amichevole redatto dai due conducenti coinvolti al fine di effettuare la denunzia all’assicurazione. Il modulo prevede che si realizzi lo schizzo illustrativo della dinamica dell’impatto. C’è sempre in un sinistro qualche sinistro individuo che cerca di trarne vantaggio dichiarando dinamiche e attribuzioni di colpe che si discostano dalla realtà. È il caso degli urti avvenuti contro i bus blu delle Ferrovie del Sud Est. Statene alla larga perché se la vostra vettura dovesse collidere con una delle loro, nonostante la constatazione amichevole e la consolidata responsabilità concorsuale (art. 2054, comma 2 Codice Civile), loro dichiareranno di aver ricevuto danni in misura maggiore di quelli realmente cagionati. Le abrasioni diventeranno ammaccature. Inoltre attribuiranno responsabilità esclusiva di quanto avvenuto ai piccoli conducenti. La richiesta di risarcimento che invieranno sarà corredata da descrizioni che non rispettano la logica delle traiettorie e i principi della meccanica, parte della fisica che studia il movimento. Ferrovie del Sud Est, facciamo in modo che quel blu Pacifico, come l’oceano, richiami la bellezza di quelle acque e non la profondità capace di inghiottire l’umana onestà. 
     Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, venerdì 18 maggio 2012, p. 24.

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Come si fa ad avere successo? Il segreto del successo nell'era demeritocratica

    A scalare rapidamente la classifica dei segreti mai svelati, il cui primo posto apparteneva alla ricetta della Coca-Cola, c’è il segreto del successo.
L’editoria è colma di ricettari per giungere al successo e anche i grandi personaggi storici avevano diffuso la propria opinione: il primo ministro britannico Churchill asseriva che non bisogna mai, mai, mai arrendersi; il presidente degli States F. D. Roosevelt nel discorso inaugurale del suo mandato sosteneva che l’unica cosa da temere fosse la paura stessa. Bellino ne fa una «Filosofia del successo» e ne spiega la costante principale: la capacità di sopportare fatica e sacrifici. Vi sono testi che suggeriscono il raggiungimento della realizzazione personale mediante il superamento di alcune tappe. Proporsi una méta, un obiettivo, che produca motivazione e grande determinazione. È importante prepararsi per il conseguimento dell’obiettivo stabilito. Occorre iniziativa, spirito d’azione, forza di volontà e costante propulsione, in quanto gli ostacoli non tardano a presentarsi, e ingegnosità ed intraprendenza per superarli e proseguire il cammino grazie all’effetto della perseveranza e della tenacia. Sul progetto deve aleggiare la fiducia nelle proprie capacità. Il percorso dovrebbe sfociare su una «porta d’oro», varcata la quale si avrà modo di raccogliere i frutti del proprio lavoro. Tutto questo presuppone un sostrato di meritocrazia nel concedere l’opportunità per la quale ci si impegna. Se questo ingrediente manca, permettetemi di divulgare la ricetta adatta al contesto. Concentratevi e provate a focalizzare il vostro sogno, non quello che dal cassetto dovete trasferire nell’armadio a tre ante, bensì quello realizzabile con la sollecitudine. Fatto? Ora immaginate il percorso da seguire per giungere a coronare quell’ambizione. Fatto? Ora imboccate la strada opposta. Sono sobria, lucida e reduce da un sondaggio svolto in città: i candidati a un concorso pubblico motiveranno la loro scelta asserendo che lo fanno solo per soldi e vinceranno. Chi concorreva per passione, ma ovviamente anche per una stabilità economica, non troverà ubicazione per il proprio promettente talento. Ricordate quegli imprenditori che esprimevano disgusto di fronte ai giovani che durante il colloquio chiedevano l’ammontare della paga? Era solo un alibi, perché chi li prende in contropiede dicendo di non avere grandi pretese economiche non viene assunto ugualmente.

giovedì 9 ottobre 2014

Fuga dei cervelli. Meglio giocare in casa o andare in trasferta?

     Non molto tempo fa l’individuo appartenente ad un paese sviluppato era consapevole di una cosa: vivere in una società basata sull’idea di solidarietà ed assistenza, una società capace di offrire l’opportunità di un’ascesa economica pari o superiore a quella dei propri genitori. L’accesso al mondo del lavoro era meno osteggiato rispetto ad oggi, ma ugualmente impegnativo. Si lavorava sodo e si tornava a casa stanchi ma capaci di apprezzare anche le piccole cose della vita quotidiana. Poi qualcosa è cambiato. È ormai tramontata l’idea onirica che credere in sé ed impegnarsi consentissero di raggiungere i traguardi ambiti. Oggi al giovane che varca la soglia universitaria in uscita non vengono fatte promesse né incoraggiamenti, bensì gli si rivolge un invito ad essere flessibile e competitivo. Bisogna essere capaci di aggiornarsi costantemente e maturare idee inedite, anche se tale suggerimento omette di calcolare i fisiologici limiti umani. Inoltre si viene spronati ad un allontanamento, non esattamente volontario, dalla propria terra d’origine.
Perché rassegnarsi alla «fuga dei cervelli»? Allontanarsi da casa, dalla propria città Natale, dai propri affetti, alla ricerca dell’affermazione personale, dimenticando che è in gioco la propria identità, legata appunto alle radici. Perfino lo sport ci insegna che una squadra che gioca in casa è più forte. Sulla questione dell’“esilio giovanile” sono duplicemente schierata.
Da un lato ne condivido i probabili spunti che, se acquisiti all’estero e sviluppati in patria, determinerebbero nuove opportunità di sviluppo per il paese. A tal proposito ricordo la storia di Giovan Battista Pirelli: figlio di un tipografo, ottenne una borsa di studio per recarsi in Francia per sei mesi nella Michelin, dove studiò l’evoluzione della gomma. Tornò con una borsa di appunti sull’industria della gomma e nel 1872, con l’ausilio di investimenti bancari, sorse l’industria Pirelli.
Dall’altro lato, esorto i lettori a lottare incessantemente per realizzare ciò che per loro ha realmente valore. Credete in voi stessi, siate audaci, coraggiosi, non datevi mai per vinti. Fate in modo che l'osservazione non si riduca a rassegnazione, ma alimenti il vostro spirito critico. Confrontatevi con interlocutori che hanno al loro attivo letture, titoli ed esperienze di vita e di lavoro, e scoprirete, col tempo, che qualcosa vi rende inattaccabili: la vostra irriducibile grinta.
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 30 dicembre 2010, p. 42.

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S.O.S. lavoro. Dove andremo a finire (Scuola Media "G. Santomauro") ;
Il mondo del lavoro: è meglio non crescere (Scuola Media "G. Santomauro") ;
Disoccupazione giovanile e pensioni: miscela esplosiva in agguato ;
Tornare nella propria vecchia scuola con un nuovo ruolo ;
Cercare lavoro? Ma chi me lo fa fare! . 

Il mio testamento a favore di Bari

Il mio lascito al Comune di Bari
     La sottoscritta Silvana Calabrese, nata a Bari l’11.01.1987, ivi residente e ivi laureata, nel pieno delle sue facoltà mentali nomina il Comune di Bari suo unico erede. Dovrebbe iniziare così un testamento, sempre che non abbia guardato troppi telefilm. Come in questi ultimi, facciamo un balzo indietro col sottotitolo «Alcuni mesi prima». Ho cercato di fare qualcosa per cui gli ambientalisti mi sarebbero stati grati: effettuare i miei spostamenti con l’autobus. Dunque mi sono impegnata a non toccare le chiavi dell’auto, tra l’altro in comodato d’uso perché appartiene ad un altro membro del mio nucleo familiare e pertanto esclusa dal mio testamento. E così mi sono immersa nell’affascinante mondo dei «mezzi pubblici» imparandone presto il gergo: «è strapieno», «ha saltato la corsa», «è in ritardo», «è passato in anticipo», «ha un’avaria». Acquisto il biglietto ma non lo utilizzo mai perché non riesco a prendere l’autobus.
     Non sono una veggente, ma so bene che quando mia nonna esce di casa e prende i mezzi, mi giungerà una sua telefonata e non perché sono la prediletta tra i suoi nipoti, ma perché la vettura ha subito un guasto o ha saltato due o più corse. Sono giunta alla conclusione che è decisamente più semplice salire su di un carro armato (era possibile alla Fiera del Levante di qualche anno fa).
     Molti baresi si impegnano a ridurre le emissioni inquinanti delle proprie auto usufruendo dei mezzi di trasporto pubblico: alcuni acquistano il biglietto semplice per 0,80€; altri trovano più comodo l’abbonamento; altri ancora prendono la multa di 50€ il cui aspetto positivo è che dovrebbe aggiungersi ai fondi per la manutenzione degli autobus. Eppure l’efficienza sfiora sempre livelli bassi e durante le ore di punta il numero di vetture Amtab su strada non aumenta, costringendo i passeggeri a comprimersi.
     Ricordo che quando il sindaco Emiliano si affacciò sulla scena politica gli si attribuiva un grande pregio: l’aver svolto la professione di magistrato lo aveva reso più vicino ai problemi dei concittadini, ma per esserlo davvero, il primo cittadino dovrebbe provare almeno una volta i mezzi pubblici e non per una passeggiata, bensì per sbrigare delle commissioni.
     Quanto mi sono azzardata a promettere non è certo un caso isolato: nel 1933 in California è stata costruita la Coit Tower, una torre commemorativa a seguito del lascito di Lillie Hitchcock Coit per abbellire San Francisco, città alla quale Lillie ha lasciato in eredità 1/3 del suo patrimonio «affinché fosse speso in modo appropriato con lo scopo di incrementare lo splendore della città che ho sempre amato».
     Ora mi dica, dottor Patruno, se quanto ho scritto, giuridicamente parlando vale come testamento oppure devo rivolgermi ad un notaio.

Edizioni Dedalo: la Piccola Biblioteca di Scienza

     Recensione: Christophe Cassou, Meteo e clima non fanno rima!, Edizioni Dedalo, Bari 2014, pp. 64. 
     Recensione: Pierre Papon, Facciamo il pieno di energie!, Edizioni Dedalo, Bari 2014, pp. 64. 
 
     In cosa vogliamo investire il nostro futuro? La risposta esatta è: nei bambini, le nuove generazioni. In che modo? Seguendo il suggerimento dello storico Marc Bloch secondo il quale bisogna spiegare con semplicità ogni nozione che parte dall’interrogativo del proprio figlio e allo stesso tempo è necessario stimolare nuove curiosità nei fanciulli.
     In una società dominata dalla frenesia viene in nostro soccorso la collana “Piccola Biblioteca di Scienza” pensata dalla casa editrice Dedalo che dalle proprie opere lascia trasparire l’altruismo verso i lettori di ogni fascia d’età. La mission della collana, che si rivolge ai curiosi da 9 a 99 anni, è di affrontare le tematiche scientifiche in maniera semplice. Gli autori sono scienziati ed esperti che rispondono ai quesiti fanciulleschi capaci di condensare profonde curiosità esistenziali ed ambientali.
     Solo la tenerezza di un pargolo è in grado di avvertire la vulnerabilità del pianeta che ci ospita ed incitare la sua famiglia a prendere dei provvedimenti che possano coccolare la Terra. I due testi che mi appresto a recensire, “Meteo e clima non fanno rima!” e “Facciamo il pieno di energie!”, paiono correlati e in fondo lo sono.
     Il clima ed il meteo sono indicativi del grado di salute del globo. Attuale è la tematica dei cambiamenti climatici cui segue l’allarme riscaldamento globale. Agli occhi di un bambino è come se la Terra avesse la febbre e deve assolutamente essere guarita. Il climatologo Christophe Cassou si colloca accanto ai suoi piccoli lettori e li guida in un affascinante viaggio alla scoperta dei fenomeni meteorologici di cui tanto si parla e poco si comprende. Egli traduce i paroloni del gergo tecnico e li pone al livello della comprensione degli infanti.
     Ciascun testo è organizzato come un racconto entusiasmante che narra le avventure dei personaggi alle prese con fenomeni nuovi ed espedienti creativi per capirli.
     Al fianco del professore di fisica e chimica industriale Pierre Papon, scopriamo i tesori della Terra ovvero tutti i tipi di energia e i diversi modi per produrla, conservarla, utilizzarla al meglio senza mai sfruttarla.
     I volumi sono vicini alle famiglie nella delicata fase dell’educazione dei piccoli e della loro formazione umana e culturale. Non è un caso che la location della storia Facciamo il pieno di energie! sia la campagna, l’unico posto al mondo in cui si può sviluppare la consapevolezza della sensibilità dell’ambiente e mostrare gratitudine per gli elementi preziosi che il pianeta ci dona.

domenica 5 ottobre 2014

L’estenuante fatica di essere una donna e... il femminicidio

     Il primo libro che ho recensito recava sull’aletta una scritta: «essere donna è un gran mistero». Mi conquistò immediatamente, ma al mio stupore dovetti anteporre la necessità professionale di comprenderne il significato profondo per rendere giustizia recensoria a un testo che si proponeva di dar voce a molte di quelle donne, prede dell’arretratezza culturale del proprio paese. La condizione femminile racchiude in sé il mistero della vita con la magia della gravidanza. La donna è garanzia di riproduzione e di continuità in un mondo che non le ha mai concesso un posto d’onore sul convoglio sociale. Con un excursus rapido e sintetico provo a delineare le tappe vissute nell’itinerario storico tinto di rosa.
In passato la donna era soggiogata rispetto all’uomo (padre, fratello, marito) e troppo spesso vittima di abusi. Con l’evoluzione della società, il gentil sesso si è ritrovato immerso in un contesto che lo condanna. Al pari di un equilibrista la donna moderna, perennemente indaffarata, consegue alti livelli di studio; coltiva l’ambizione di essere una lavoratrice; con lo sguardo fisso sul suo orologio biologico, trova un presunto compagno di vita e dà alla luce la prole; vede ridursi il tempo a disposizione per sé, ma non può contare sulla collaborazione del marito (è rara). La società italiana non le concede servizi che permettano la conciliazione dei numerosi ambiti della sua vita perché l’Italia è un fanalino di coda in Europa in termini di politiche familiari. Ad esempio esiguo è il numero degli asili nido aziendali, veri e propri circoli riservati a pochi eletti. Inoltre i titoli di studio conseguiti a costo di sacrifici, non le consentono ancora di occupare posizioni lavorative che contano, segno evidente di androcrazia.
Recentemente si è delineato un nuovo fenomeno che non pare destinato a cessare. Si tratta del femminicidio. Non è chiaro se si possa parlare di una degenerazione del maschilismo che pragmaticamente intende dimostrare la superiorità fisica dell’uomo sulla donna. Ad ogni modo è violenza di genere, domestica e non, perpetrata ai danni di donne a cui si è/era legati. Le statistiche hanno ormai elaborato bollettini macabri, nei telegiornali non manca mai la notizia che non vorremmo udire. Cosa sta accadendo? Spesso la donna ha acconsentito a presentarsi come oggetto del desiderio con l’ausilio del sistema mediatico, ma vi è un limite invalicabile che ogni madre dovrebbe indicare al proprio figlio: il rispetto verso le donne. Su questo non si deve discutere, mai.