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domenica 29 ottobre 2017

Lettera a un figlio mai nato

Silvana Calabrese bambina
Silvana Calabrese     Ti immagino come se tu fossi accanto a me capace di comprendere, ma soprattutto di ascoltare. Tu non appartieni a questo mondo e ciò ti rende in grado di guardare le cose da altre prospettive, senza influenze, senza delusioni. Tu sei il figlio/a che non ho mai messo al mondo… e nemmeno concepito, intendiamoci! Però ti voglio scrivere, sento di doverti almeno questo dato che comincio a credere che non ti darò mai alla luce. Non mi piace questa società e perdonami se mi arrogo il diritto di scegliere per te. 
     Ti scrivo qualche riga così almeno saprò che abbiamo avuto un legame. Aspettative, speranze, ammonizioni e anche come ti avrei immaginato. Per prima cosa ti avrei preferito maschio, perché è una balla quella della parità dei sessi. Tra uomo e donna c’è una disparità insanabile e le donne non godranno mai del rispetto che meritano sul nostro pianeta.
     Ti avrei voluto forte e determinato, proprio come me, ma decisamente meno sensibile. Per il tuo avvenire avrei gradito una società caratterizzata dal rispetto per il prossimo e dall’immedesimazione. In merito alle amicizie, avrei voluto che tu provassi la gioia di una risata spontanea con amici sinceri. È questo il dono più grande dell’amicizia vera che fa tanto bene alla psiche e al sistema immunitario.
Sarebbe stato bello vederti crescere in compagnia di un forte entusiasmo perché esso è il motore trainante della società ed è anche ciò che le manca.
     Al tuo fianco, per la vita, avrei voluto un partner che ti completi. Uomo o donna, non ha alcuna importanza, l’omofobia deve finire.
     Mi sarebbe piaciuto guardarti negli occhi intravedendo in essi una parte di me, quella migliore, unita al tuo spirito serio, allegro e dinamico, ma anche onesto e generoso.
     Avrei voluto stringerti tra le braccia sapendo che l’unico vero e significativo segno del mio passaggio sulla Terra sei tu e soltanto tu. Perché solo tu avresti potuto perpetuare il mio lavoro portando in dote un pizzico della mia essenza e trasmettendola ai tuoi figli.
     È assurdo che io scriva proprio a te che nemmeno esisti? Non lo so, ma sono certa che a te piacerebbe leggere le mie parole perché tu saresti gentile, educato e disponibile al dialogo e all’ascolto.
     Per te vorrei solo e soltanto il meglio insieme a ciò che mi è mancato nella vita. 
     Ovunque tu sia, sappi che ti avrei amato tanto. 

giovedì 26 ottobre 2017

Ritratti di famiglia e infanzia

     Recensione: Giovanna Da Molin (a cura di), Ritratti di famiglia e infanzia. Modelli differenziali nella società del passato, Cacucci Editore, Bari 2011, pp. 205.
     Breve e loquace nello stesso tempo. Si tratta del titolo di un testo, in questo caso l’allusione immediata è al ritratto, quello strumento personale o artistico che dona eternità a persone, oggetti, contesti. L’opera ci permetterà di recuperare le istantanee della società del passato, anzi i ritratti di famiglia e infanzia. Un ritratto possiede un’aura differente rispetto alla fotografia. Ogni pennellata, ciascuna sfumatura e ciascun gioco di luci e ombre sono ponderati dal pittore, attraversano il tempo e giungono fino all’osservatore odierno che dovrà dimostrare pazienza e sensibilità per poter cogliere ognuna di quelle tinte. Ci sono molti modi di osservare le tracce del passato rispettando il criterio della contestualizzazione e dell’avalutatività.
     Famiglia e infanzia sono interconnessi. La famiglia rappresenta la cellula più piccola della società, in genere è composta da genitori e figli e dunque costituisce la culla dell’infanzia. La famiglia odierna è caratterizzata da una fragilità, che spesso la interrompe, e da nuove forme come le convivenze. Dal volume emerge un preciso senso ed un’immagine della famiglia e dell’infanzia. Ma a quale tipo di infanzia siamo abituati? L’infante odierno vive circondato da cure, affetti ed eccessi. Nel 2007 in Italia sono state riproposte le ruote dei trovatelli, ma questa è una realtà che affonda le sue radici nei secoli dell’età moderna. Il sentimento dell’infanzia nasce in condizioni demografiche sfavorevoli caratterizzate da elevata natalità e mortalità che falcidiava i piccoli nei primi anni di vita rendendo difficile il raggiungimento del quinto anno d’età. La storia della famiglia ha subito notevoli trasformazioni nel corso dei secoli, mutamenti di forma, struttura, funzioni e valori, e gli scavi archivistici ci restituiscono una visione parziale delle epoche passate.
Giovanna da Molin ritratti di famiglia e infanzia Silvana Calabrese     Uno dei capitoli di storia moderna tra i più toccanti e, paradossalmente, tra i più floridi per gli studiosi è quello dell’infanzia abbandonata con le sue innumerevoli tracce. Un ambito altrimenti inesplorabile se considerassimo il fanciullo all’interno del nucleo familiare. L’abbandono dei bambini era un fenomeno dai connotati allarmanti dettato da condizioni di miseria o dal disonore laddove le origini fossero state illegittime. L’istituzione della ruota, posta all’esterno di brefotrofi e orfanotrofi, fu l’unica possibilità di sopravvivenza per i figli non voluti che insieme avrebbero condiviso lo svantaggio della censura delle proprie origini e una vita insieme a numerosi orfani ed esposti.
     Il saggio di Angelo Bianchi, Famiglie povere nella Milano della Restaurazione. Note su assistenza agli orfani e condizione vedovile, propone un’analisi dei fascicoli relativi all’infanzia e alla gioventù orfana di Milano alla scoperta di giornate, mesi, anni di permanenza in istituto tra carriera scolastica e avviamento al lavoro. È emerso che venivano ceduti all’orfanotrofio nella maggior parte dei casi gli orfani di padre perché nel nucleo, venuta a mancare la figura di riferimento reddituale, la situazione economica subiva un tracollo con rotta verso l’indigenza.
     Un tema attuale osservato in prospettiva storica è invece quello trattato nel contributo Fanciulle violate: i processi criminali a Bari nel XIX secolo. Il Tribunale, per mezzo delle deposizioni nei verbali dei processi, si erge a luogo in cui persone di ogni ceto hanno potuto imprimere nella storia parte delle loro azioni quotidiane. I delicta carnis, ovvero i reati sessuali dovevano però fronteggiare l’inossidabile paratia di omertà comprensibile se contestualizzata: le vicende di abusi si collocano sullo sfondo di una società incentrata sulla tutela dell’onore e sulla verginità prematrimoniale. Dall’analisi dei processi istruiti presso la Corte di Assise di Bari si evincerà il ruolo dell’infanzia nella società ottocentesca unita ai rapporti interpersonali tra familiari, coniugi e alle possibili reazioni popolari alla notizia di uno stupro. Spesso il carnefice vive nella stessa abitazione della vittima, dunque la violenza diviene domestica e talvolta sconfina nell’uxoricidio con il medesimo denominatore della società attuale: l’inesistenza di distinzioni culturali, economiche o anagrafiche.
     Ad allestire il teatro di un abuso minorile erano proprio le condizioni di vita infantile, sempre tanto vulnerabile alla premeditazione o al raptus di un malintenzionato.
     Rossella Del Prete esamina l’articolazione socio–professionale della famiglia dei musicisti a Napoli in età moderna perché il nucleo familiare di appartenenza ha un preciso rilievo nella formazione del musicista. Sorse l’educazione musicale volta ad inserirsi nella formazione dell’uomo comune dato che la richiesta di musica coinvolse anche gli usi profani ed il mondo cristiano. Ma all’infanzia abbandonata nei conservatori toccò un aspetto poco gratificante dell’istruzione musicale: è il caso degli eunuchi, castrati in età prepuberale al fine di sfruttare le particolari doti vocali dei bambini conservandone il timbro dolce ed acuto.
L'Aquilone Daniele Giancane Silvana Calabrese     Annamaria de Pinto presenta Reclusione e malattia nel Real Ospizio di Giovinazzo nell’Ottocento sottolineando le precarie condizioni in cui versavano i reclusi negli istituti assistenziali del Regno di Napoli. Alla premura pedagogica volta a formare buoni e onesti cittadini si contrappone un’alimentazione scarsa e inadeguata. Si pensi che una bevanda usuale per l’epoca era il vino come surrogato dell’acqua in genere non potabile. Scarsa l’igiene, per nulla arieggiati e luminosi gli ambienti quali il dormitorio: questi sono alcuni dei fattori causa dell’insorgenza di malattie letali.
     L’inserimento attivo nel mondo del lavoro in età moderna ha da sempre costituito una premura finalizzata a non vanificare gli sforzi dell’istituto assistenziale che si occupava dei piccoli orfani ed esposti. Le macchine assistenziali avevano il compito di indirizzare la frangia più fragile dell’infanzia verso un destino sociale proteso al miglioramento. Lo dimostra Maria Federighi nel saggio Dentro e fuori le mura. Assistenza e formazione al lavoro dei fanciulli nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca nell’Ottocento. Il lavoro si prospetta come strumento disciplinare e di controllo sociale e di prevenzione di episodi di devianza. L’opera di scavo archivistico ci regala documenti che hanno il pregio di suscitare commozione in chi li studia, come si desume dalla storia di un orfano di ambo i genitori, allevato in istituto, avviato al lavoro e divenuto benestante e che all’apice della sua carriera professionale effettua una donazione corredata da una lettera in cui esprime gratitudine verso l’istituto che gli ha fornito aiuto nel momento di estremo bisogno.
     Carla Ge Rondi delinea la Vita in famiglia in due comunità del territorio pavese agli inizi dell’Ottocento, Voghera e Vigevano che ricalcano il modello familiare presente nella penisola: famiglia nucleare composta da genitori e figli. Marcata è la presenza di vedove rispetto ai vedovi a Voghera, mentre opposto è il trend di Vigevano. L’autrice si interroga sui fattori che spieghino tale differenza come il ritorno di una vedova presso la famiglia d’origine e la propensione o meno a contrarre le seconde nozze da parte dei vedovi di Vigevano.
     Silvana Raffaele pizzica le sottili corde delle Strategie matrimoniali e patrimoniali. Dinamiche familiari nella Sicilia moderna: monaci, suore, cavalieri e «maritati». Si tratta di famiglie aristocratiche le cui azioni risentono delle formule riconducibili alla gestione del potere e alla conservazione del patrimonio. La successione ereditaria seguiva pedissequamente l’ordine di genitura in linea maschile. Spesso le figlie, per non disperdere il patrimonio, venivano destinate alla monacazione priva di vocazione, ma in altri casi almeno la primogenita poteva maritarsi, previa concessione della dote, imbastendo così dei legami di parentela con altre famiglie.
     Flores Reggiani illustra La costruzione dell’identità sociale degli esposti bollati come malavitosi in potenza. Eppure la loro vita in ospizio era orientata a una rigida disciplina per la quale l’inosservanza di una norma prevedeva una punizione severa.
     Raffaella Salvemini spiega La gestione delle Annunziate in età moderna: il caso di Aversa e Cosenza. A fronte di rendite scarse si prospettava una notevole difficoltà nella gestione delle opere pie spesso anticamere della morte per i piccoli trovatelli. La ripercussione immediata riguarda la condizione dei projetti. Numerosi sono i casi in cui mancano i registri relativi alla gestione degli istituti, si tratta di una situazione frutto di negligenza che è stata rilevata dalle inchieste del tempo e negativamente giudicata da ispettori incaricati di stilare delle relazioni sugli esposti.
     In un’indagine multiscopo dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana, datata 2010, ho constatato che la disoccupazione rappresenta uno dei maggiori problemi nel novero di quelli percepiti dai cittadini italiani. La disoccupazione equivale all’assenza di lavoro.
     Dal volume ho potuto desumere l’accezione che il lavoro aveva nei secoli dell’età moderna.
     Se dovessi attribuire un aggettivo a lavoro, sceglierei precoce. Specialmente nelle famiglie di addetti all’agricoltura i figli maschi erano considerati forza–lavoro.
     Prendendo in esame gli studi condotti sugli istituti assistenziali emerge che:
-          l’avviamento professionale era una premura al fine di non vanificare gli sforzi dell’istituto;
-          l’occupazione manuale era uno strumento disciplinare, scandiva le giornate bandendo i possibili disordini legati all’inoperosità (all’interno dell’istituto);
-          il lavoro era uno strumento di controllo sociale proteso a evitare manifestazioni di devianza e di marginalità (nella società);
-          l’esercizio di una professione fin dalla giovane età rappresentava un’opportunità di socializzazione al di fuori dell’istituto. Ad esempio avveniva un’integrazione del giovane con il nucleo familiare del datore;
-          il lavoro rappresentava altresì un elemento che rendeva possibile un’elevata realizzazione personale come testimoniato dalla lettera di ringraziamento dell’industriale ex ricoverato nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca, Umberto Asciutti, orfano di ambo i genitori (pp. 108–109);
-          vi sono anche casi in cui il lavoro poteva tramutarsi in anticamera della morte come recita la descrizione della disgrazia avvenuta all’orfano di padre Stefano Francescani, deceduto all’età di 14 anni per essere caduto, nella bottega del fabbro ferraio, su di un ferro che gli ha trapassato la mascella esponendolo al tetano (pp. 105–106). Questo episodio si colloca tra le pagine più toccanti dell’infanzia moderna: quella abbandonata e quella orfana


     La recensione è apparsa su «L’Aquilone», Rivista di letteratura giovanile, anno 2012, N. 7, Mario Adda Editore, Bari 2012, pp. 74–78.

lunedì 23 ottobre 2017

Fumare sul bus Amtab o pestare l’autista

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venerdì 20 ottobre 2017

Theatrum mundi. Sbarco sulla Luna Intervista a Silvana Calabrese

     Come nasce il libro?  “Theatrum mundi. Sbarco sulla Luna” nasce da un’accurata meditazione. Volevo cimentarmi in un nuovo progetto e dal momento che l’editoria trabocca di testi, risulta spesso complicato maturare un argomento che possa definirsi “nuovo”. Così ho pensato di adottare uno stratagemma vincente: mettermi in comunicazione con la parte più autentica di me, il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Sono momenti della vita in cui ci troviamo a stretto contatto con la leggerezza e la gioia di vivere. E mi sono ricordata del preciso istante in cui ho vissuto lo sbarco sulla Luna, fu in occasione della celebrazione del trentesimo anniversario.
     Il tema principale? I miei libri sono diversi tra loro, ma li accomuna il tema del viaggio. In questo caso è il viaggio interstellare che ha affascinato intere generazioni. Tutti scrutiamo il cielo in varie occasioni: da casa, in campagna, al mare, negli osservatori. Poi il genere umano ha raggiunto l’ambizione di esplorare personalmente il cosmo e facemmo il nostro ingresso in una nuova era.
     L’opera intende fornire uno spaccato cronologico della corsa alla conquista dello spazio. Pur riportando l’acceso dibattito tra detrattori e fedeli sostenitori della veridicità dell’allunaggio, come sempre non mi schiero.
     A chi è diretto? A chi si fermò a provare un brivido misterioso dinnanzi a quello che il tubo catodico stava mostrando la notte del 21 luglio del 1969. A chi non si stanca mai di rilevare i particolari grafici e le incongruenze. A chi ricorda la frase riportata sulla locandina del film Capricorn One: «Sareste scioccati nello scoprire che il più grande evento della nostra storia contemporanea forse non è accaduto affatto?». A chi ha voglia di sapere cosa hanno scritto in proposito Von Braun, Alberto Moravia, Eugenio Montale, Dino Buzzati, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca, etc.
     Il regalo perfetto per? Può leggerlo chiunque. È un antidoto alla noia, magari a quel tedio estivo che colpisce gli scolari in vacanza. È perfetto per chi ha voglia di “staccare la spina” dagli impegni quotidiani e trovare una manciata di magia nel fascino legato ad alcuni aspetti:
- La più grande avventura umana e la più grande diretta televisiva di tutti i tempi.
- L’emozionante coronamento di uno dei sogni dell’umanità: mandare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra.
- Il contesto storico che fa da sfondo allo sbarco sulla Luna.
- L’avvincente rilettura di giornali e riviste dell’epoca.
- I tratti enigmatici degli sbarchi sulla Luna.
- Un’appendice fotografica che esalta le tappe tecnologiche e storiche raggiunte dall’umanità.
     Il messaggio che vuole lasciare/lanciare? Lasciare un messaggio è rischioso perché potrebbe non coglierlo mai nessuno.
     Lanciare un messaggio è ugualmente rischioso perché potrebbe raggiungere la velocità di fuga e disperdersi lontano, troppo lontano!
     Il messaggio del libro lo voglio scagliare contro i lettori, affinché avvertano una scossa che li induca a ragionare quando osservano un evento e non a credere a tutto quello che vien loro propinato.      Devono prestare attenzione anche a non incorrere nell’errore opposto, ovvero sbugiardare (senza basi teorico-dialettiche) ogni evento.
     Il libro che avrebbe voluto scrivere? La scrittura di questo libro mi ha indotta a capire che è necessario approdare nel XXI secolo concretamente. Occorre poter veicolare contenuti in ogni parte del globo. La lingua che lo permette è l’inglese. Prossimamente credo che curerò il progetto di tradurre libri. Per ora sono al primo step: ho inserito un capitolo interamente in inglese. È una cosa utile per varcare le frontiere geografiche e mentali. E si è già rivelato un indispensabile strumento per i ragazzi che a scuola hanno condotto delle ricerche in inglese sull’allunaggio.
     Il libro guida? Nutro la mia mente con numerosissime letture e considero i libri utili sia quando incontrano il mio consenso che quando lo deragliano. Sostengo questo perché il libro è sempre una fonte di spunti, siano essi critici o istruttivi.
     La copertina preferita? Di sicuro adoro le entusiasmanti possibilità creative offerte, o meglio, realizzabili per merito di sofisticati software. Però quella che ho prodotto per “Theatrum mundi. Sbarco sulla Luna” mi soddisfa molto.
     Il libro che sta leggendo? Ho terminato la lettura di un testo relativo ad un periodo vissuto in età adolescenziale, un libro di memorie inedito (e che tale rimarrà). È stata una catarsi rileggere ed assorbire le note di positività di cui quel testo è pregno. Sono stata in grado di trasformare la mia permanenza in un centro sportivo estivo (il Green Park) in qualcosa che tramanderò ai miei figli e nipoti. 
     La frase regalo per i lettori. Promettiamo a noi stessi di non diventare mai degli “ignoranti con la laurea”. Informiamoci e interroghiamoci con consapevolezza sugli eventi che ci circondano.
Silvana Calabrese Theatrum mundi. Sbarco sulla Luna


martedì 17 ottobre 2017

Intagli di frutta e verdura. Mela addenta il coltello

Decorazioni con i prodotti della natura:
la mela addenta il coltello 
Fin dai tempi della genesi, la mela è considerata il frutto della conoscenza (nonché frutto proibito). La mela è anche pregna di saggezza. Infatti in un contesto sociale in cui le opportunità di realizzazione scarseggiano, la mela è pronta a sussurrarti che è il caso di tenere duro e non mollare. 
La povera mela nell’immagine sta per essere affettata, ma non si arrende, lotta per la sopravvivenza e addenta il coltello. 
Intagli frutta e verdura Mela addenta coltello Silvana Calabrese - Blog

L'articolo fa parte della sezione "Intagli di frutta e verdura"
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sabato 14 ottobre 2017

Rotavirus. Scoperto cosa attiva la celiachia

DNA doppia elica     Se un soggetto si sottopone ad un test genetico particolare e scopre di avere un DQ2 positivo ed omozigote vuol dire che è geneticamente predisposto a sviluppare la Celiachia e a trasmetterla alla propria prole. Se poi ha cominciato a produrre anticorpi contro la gliadina, allora è un soggetto celiaco. Il suo corredo genetico aveva portato in dote i geni di entrambi i suoi genitori e qualcosa ne ha attivato la risposta autoimmune. E ciò può avvenire a qualsiasi età.
     In questi casi si consiglia uno screening ai parenti di primo grado del soggetto per poi estendere eventualmente la ricerca. Nell’alberello genealogico si individuano altri soggetti con un patrimonio genetico affine, ma che non hanno sviluppato la malattia. Ma la scienza sorvola su questo aspetto finché in ambulatorio non compaiono due soggetti con un quadro clinico che merita assolutamente attenzione. Sono gemelli identici. La medicina li definisce monozigoti poiché essi derivano da una singola cellula uovo fecondata da uno spermatozoo. Piccole reminiscenze biologiche ci ricordano che quella cellula fecondata (zigote) subisce una moltiplicazione cellulare che in alcuni casi può dare luogo a due embrioni aventi il medesimo quadro genetico, inclusi i geni della celiachia. E se solo uno dei due l’avesse sviluppata e l’altro no? Come si spiegherebbe? Con il fatto che un agente esterno è subentrato nel corpo di uno dei due individui alterandone il Dna e attivando il morbo celiaco, laddove ovviamente c’è una predisposizione. E chi può farlo se non un virus?
rotavirus     Ecco dunque che facciamo la conoscenza del Rotavirus. È un virus a RNA dalla forma simile a quella di una ruota, donde il nome. Negli anni è stato responsabile di vere e proprie epidemie che spesso colpivano i bambini con attacchi di diarrea acuta. Il contagio è di tipo oro-fecale e l’evoluzione della malattia causava un accorciamento dei villi intestinali con annessa infiammazione.
     L’enterite da Rotavirus è frequente nei mesi invernali e tra i bambini non allattati al seno; è meno frequente negli adulti ma non rara.
     I gemelli identici condividono il DNA, ma solo l’esposizione a un fattore esterno, quale il contagio, è personale. Dunque solo uno dei due gemelli può aver contratto un’infezione da Rotavirus che ha scatenato la risposta immunitaria chiamata sprue celiaca
villi intestinali     Uno studio dell’ottobre 2006 condotto all’Istituto Gaslini di Genova mostra una correlazione tra l’infezione da rotavirus e l’insorgere della celiachia

     Zanoni G, Navone R, Lunardi C, Tridente G, Bason C, et al., In Celiac Disease, a Subset of Autoantibodies against Transglutaminase Binds Toll-Like Receptor 4 and Induces Activation of Monocytes, in PLoS Med 2006; 3(9): e358.

Della sezione "Celiachia" fanno parte anche: 

domenica 8 ottobre 2017

Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva

Recensione: La Rocca – Malagamba – Susca (a cura di), Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva, Bevivino Editore, Milano-Roma 2010, pp. 273.
Nel corso del tempo le rocambolesche vicende dei protagonisti di miti e racconti hanno ceduto il passo ad un nuovo mondo, quello delle serie televisive.
Miti, leggende e racconti hanno plasmato e al tempo stesso custodito l’identità sociale conferendole l’incanto dei momenti onirici. L’immaginario di ogni cultura ne traeva nuova linfa per le proprie capacità mentali. Gli eroi, inarrivabili abitanti delle pagine di libri o delle pieghe delle voci narranti, rappresentano il frutto dell’invenzione, ma le loro gesta sono ulteriori a questo livello, poiché divengono esempi, valori e sono portatrici di senso ed ispirazione.
Oggi si è stabilita una nuova categoria di miti ed eroi: le incarnazioni televisive. Non v’è più una figura che incarni il tramite fra la dimensione celeste e quella terrena dell’immaginario collettivo, bensì dei personaggi pubblici interposti tra la dimensione quotidiana e quella della sua spettacolarizzazione.
Eroi del quotidiano
Serial, serie, fiction, sit com, medical drama, soap opera, telenovela, reality show, telefilm sono le declinazioni della serialità televisiva. Le puntate consequenziali tessono una trama di fondo che si dirama con l’ingresso di nuovi personaggi, la cui personalità può essere scandagliata. Generano empatia, incontrano la fedeltà degli spettatori instaurando un rapporto familiare così tanto simile alla vita quotidiana per via di un espediente: l’instaurazione di una routine analoga a quella degli spettatori, ma che diverge poi per la presenza di un elemento di rottura che eccede la realtà. Generalmente può trattarsi di un atteggiamento ridondante pur essendo fuori dall’ordinario, come affrontare situazioni complesse con un instancabile sarcasmo, oppure con leggerezza, o ironia. È proprio il modus operandi dei personaggi di una serie a esaltare la devozione degli spettatori. Al pari della locuzione theatrum mundi che stabilisce un legame tra finzione e realtà, anche il telefilm da un lato cristallizza situazioni reali tipiche della vita quotidiana e dall’altro ne determina la possibile matrice.
Non si può omettere l’altro pregio delle serie tv, quello di attivare delle competenze enciclopediche negli spettatori citando periodi storici, come in Mad Men, oppure citando La nascita della tragedia di Nietzsche, come in Dexter.
L’opera si rivela complessa e offre numerosi spunti di riflessione attraverso l’analisi di alcune delle serie televisive dell’industria culturale americana che più incantano il pubblico: Six Feet Under, True Blood, I Soprano, House, In Treatment, Scrubs, Californication, Disperate Housewives, Gossip Girl, 24, Lost, Dallas, Plus belle la vie.
A quanti dei lettori si sia istintivamente prospettato l’interrogativo su come riesca a germogliare l’incanto verso gli episodi seriali e di conseguenza la capacità di identificarsi con i personaggi confluendo nella volontà di seguire le puntate con grande passione e puntualità, la risposta è nel capitolo inerente pratiche e strategie enunciative della serialità, dove la sigla diventa sigla bondage, capace cioè di instaurare un profondo e inscindibile legame tra spettatore ed ‘eroe moderno’.
Alla sigla spetta il compito di sedurre lo spettatore inducendolo alla stipula del contratto di veridizione, quel contratto di fiducia fondamentale per attivare la pratica della visione. Esso consente di credere ad un mondo immaginario, ma presentato come verosimile.
Restando fedele al suo etimo greco sigao, la sigla deve alludere ai contenuti visuali e contemporaneamente mantenerne taciti altri. 
La sigla di apertura esprime, in pochissimi fotogrammi, i tratti distintivi, comunica l’identità del testo e si fissa icasticamente nella memoria dell’astante. Contrapposta a tale ambiente liminale è la sigla finale. Crea un effetto di straniamento con un’interruzione ex abrupto dell’episodio che catapulta lo spettatore nella dimensione reale dopo averlo condotto all’apice dell’immedesimazione narrativa. Anche questo è un escamotage e innesca il desiderio di seguire la puntata successiva.