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domenica 26 novembre 2017

Famiglia e infanzia nella società del passato (secc. XVIII–XIX)

     Recensione: Giovanna Da Molin, Famiglia e infanzia nella società del passato (secc. XVIII–XIX), Cacucci Editore, Bari 2008, pp. 368. 
     Vi sono stati dei mutamenti nei processi di formazione della famiglia, che l’hanno resa oggetto di ricerche multidisciplinari. Al suo fianco, e di pari spessore scientifico, c’è l’infanzia. L’obiettivo che il presente volume si pone è di ricostruire e indagare gli aspetti della vita quotidiana delle popolazioni del passato. Per questo l’opera propone in apertura un viaggio nella storiografia della famiglia, campo privilegiato di ricerche di storia sociale. Si ripercorreranno le fasi che hanno determinato lo sviluppo delle ricerche sulla famiglia sottolineando l’importanza dei contributi portati in dote dal Cambridge Group e da Peter Laslett, al quale si deve lo schema classificatorio sulle tipologie familiari ancor oggi impiegato negli studi demografici. Lo studio delle strutture familiari deve molto a una fonte redatta dai parroci ai fini della somministrazione della comunione agli abitanti in prossimità del periodo pasquale, lo Stato delle Anime. Oltre ad un’accurata analisi delle strutture familiari in età moderna è possibile esaminare, pur considerando la difficoltà nel reperire le fonti, le relazioni familiari e i rapporti di parentela: sono gli atti notarili a svelare l’intricata trama dei sistemi di devoluzione del patrimonio e di formazione della dote. I rapporti di parentela presentano un ulteriore elemento rafforzativo e diverse sfumature. La parentela fittizia, in particolar modo il padrinaggio, assume forme e significati differenti a seconda dei gruppi sociali: rafforzamento, ascesa o l’instaurarsi di legami clientelari che consentissero l’ascesa sociale. Una ricca bibliografia permette inoltre di disegnare i quadri territoriali sulla famiglia italiana dell’Ottocento, enucleando i fattori responsabili della struttura e della dimensione degli aggregati domestici.
Famiglia e infanzia Cacucci
     Gli Stati delle Anime, redatti con regolarità a partire dal 1614, sono carenti di una preziosa informazione, il mestiere, contenuta invece in una fonte redatta una sola volta nel Settecento, il Catasto Onciario che ha permesso di descrivere le principali dinamiche demografiche e sociali sulla Terra di Bari al tempo dei nostri avi. Si ricalca lo schema tradizionale delle popolazioni di Ancien Régime: un regime demografico caratterizzato da un’elevata natalità e da un’alta mortalità. Mancanza di igiene, medicine e adeguate strutture sanitarie rendevano il parto un momento delicato sia per la vita dell’infante che per quella della madre. Se il bambino sopravviveva, iniziavano altre difficoltà: scarsa pulizia della casa materna, allattamento trascurato per la necessità della madre di lavorare, svezzamento precoce con alimenti inadatti, erano causa di carenze organiche e della morte di tanti bambini. Le donne si sposavano quasi tutte in giovane età e per la mancanza di metodi contraccettivi mettevano al mondo molti figli destinati in buona parte a morire nel corso dell’infanzia.
     L’opera ci restituisce una realtà nella quale il matrimonio non è un atto d’amore, bensì una negoziazione tra famiglie il cui fulcro era determinato dalla dote, parte del patrimonio familiare e parte del capitale d’onore della famiglia, da conservare e, se possibile, accrescere evitando di contrarre matrimoni con persone socialmente inferiori.
     Le descrizioni degli ambienti operate dall’autrice permettono al lettore di riuscire a guardarsi intorno immaginando con nitidezza gli scenari abilmente rievocati: condizioni di arretratezza e scarsa igiene che costituivano una grave minaccia per lo stato di salute.
     Ancora una volta è il Catasto Onciario a consentire lo studio di Famiglia, demografia e società a San Severo. Devastato da un terremoto nel Seicento, il centro dauno completò la sua ricostruzione nel Settecento. Grazie all’indicazione del mestiere nella fonte si può osservare l’indice di vecchiaia con il suo andamento differenziato per categoria socioprofessionale sullo sfondo di un contesto quotidiano caratterizzato da condizioni di vita precarie.
     L’elevata fecondità tipica del regime demografico naturale trova la sua spiegazione nella percentuale elevatissima di donne sposate, un fattore unito alla bassa età alle nozze.
     Gran parte della popolazione era costituita da braccianti poveri. Gli infanti che superavano il critico quinto anno di vita ne trascorrevano il resto in abitazioni, costituite da un’unica stanza, il cui arredamento era ridotto all’essenziale con feritoie al posto delle finestre, alta percentuale di umidità, scarsa ventilazione, assenza di pavimento e coabitazione con gli animali. Ma l’infanzia non è solo quella all’interno della famiglia: Per miseria o per vergogna vi è l’infanzia abbandonata in Italia nell’età moderna unita a L’infanzia orfana in Italia nell’Ottocento. Modelli assistenziali e aspetti demografici e sociali. A partire da Philippe Ariès si scandaglia uno strato storico per lungo tempo inesplorato, la storia dell’infanzia. Il bambino è spesso orfano o indesiderato, fa il suo ingresso in un istituto assistenziale e diviene figlio/a della Madonna per poi acquisire l’appellativo di figlio/a dello Stato con le innovazioni napoleoniche e l’impianto dello stato civile. Durante il governo francese emerse la premura di abolire l’usanza di dare il cognome Esposito ai trovatelli. Sarebbe stato un marchio di infamia che li avrebbe bollati a vita.
     Lo studio del fenomeno dell’abbandono delinea una distinzione di genere e apre uno spiraglio sul destino dei piccoli, la cui esile vita risente dei luoghi dell’abbandono, a volte tra i più sperduti, cosa che rende labile il confine tra abbandono e infanticidio. Tuttavia l’istituzione della ruota degli esposti si tradusse in una possibilità di sopravvivenza per i figli non voluti, nonché nella garanzia di tutela dell’integrità e della reputazione delle fanciulle attrici del gesto. L’autrice prende in esame i segni e i messaggi che vanno a incastonarsi nel ricco linguaggio dell’abbandono. Risultano scissi i paradigmi assistenziali in base al genere, ma avevano in comune l’apprendimento di un lavoro, la rigida disciplina e la salda scansione delle attività quotidiane per evitare disordini derivanti dall’inoperosità.
Chi si occupa dello studio del fenomeno dell’abbandono non può tralasciare La Santa Casa dell’Annunziata di Napoli, la più grande e importante istituzione per trovatelli del Mezzogiorno d’Italia.
     L’esame delle caratteristiche demografiche degli esposti mostra un abbandono prevalentemente femminile in quanto i maschi rappresentavano una potenziale forza lavoro. Il fenomeno registrava picchi maggiori in corrispondenza dei mesi invernali e primaverili, nei quali si verificava un incremento esponenziale delle difficoltà economiche, ed anche nei periodi di carestie ed epidemie.
     Troppo lungo è l’elenco delle malattie fatali per i bambini e ancora misconosciute per l’epoca. Questo aspetto rende interessante la lettura del capitolo Luigi Somma, un medico all’Annunziata di Napoli a fine Ottocento. Descrisse l’atmosfera dei brefotrofi come malsana e responsabile dell’insorgenza di molte malattie. L’aria pura avrebbe giovato ai piccoli più di ogni altra medicina. Gli sbalzi di temperatura erano causa di frequenti malanni. Lo svezzamento era precoce e avveniva con alimenti poco adatti ai neonati. Si riporta la descrizione di una zuppa, ideata da un medico, ottenuta stemperando in acqua e latte una miscela di farina di frumento, orzo e alcune gocce di acqua e bicarbonato di potassio. Ma l’assunzione della stessa generò nei bambini segni di deperimento organico e conseguente morte.
     Tutti i brefotrofi italiani lamentavano una penuria di buone e sane balie, le quali avrebbero dovuto curare la proprie dieta affinché non risultasse alterata la composizione del latte materno.
     Le note del dottor Somma rimandano all’idea dell’abbigliamento legato al grado di igiene del bambino, alla ginnastica con le sue doti preventive e curative di molte malattie. Le segnalazioni del dottore culminavano nell’auspicio che la realtà dei brefotrofi incoraggiasse il progresso della puericultura e della pediatria nel nostro paese.
     Al pari di un’arma carica e priva della sicura, il concetto di attentato all’onore femminile era un allarme sempre vivo. Nel primo trentennio dell’Ottocento per porre fine al disordine e alla licenziosità che regnavano nel conservatorio, si raggruppò un certo numero di fanciulle in un luogo detto alunnato. È così che si attua il passaggio Dal Conservatorio all’Alunnato. L’assistenza alle esposte dell’Annunziata di Napoli. Norme precise regolavano il funzionamento del conservatorio. Le ragazze vivevano in condizione di isolamento dal mondo esterno. Era vietato l’accesso in istituto a esponenti di sesso maschile, anche religiosi, che potevano “attentare all’onore” delle fanciulle. Le esposte che rientravano in conservatorio dopo aver trascorso del tempo al di fuori dell’istituto venivano confinate in alcuni locali, lontane dalle altre ragazze. 
     Venne attribuita enorme importanza al lavoro delle fanciulle dell’alunnato. L’Annunziata non ostacolava la richiesta dell’esposta di impiegarsi come serva, ma si impegnava a tutelarla nell’onore mediante la stipula di un contratto con la famiglia presso la quale la fanciulla andava a servizio. Tale contratto prevedeva la clausola dell’onore pericolante. Il pericolo di incorrere in abusi sessuali era una peculiarità nell’istituzione del servizio. Nel caso in cui l’onore femminile fosse stato compromesso, il padrone avrebbe subito una severissima ammenda che avrebbe costituito una dote per la fanciulla, consentendole un matrimonio di comodo con chi avesse considerato, e per l’epoca era cosa usuale, la disponibilità economica più importante dell’onore. L’atteggiamento protettivo dell’Annunziata usato nei confronti delle esposte che andavano a servizio era riservato anche alle esposte, ancora più giovani, affidate a balia.

venerdì 24 novembre 2017

Una recensione negativa per Schar – Pan Gratì

Pan Gratì Schar
     Mi sono resa conto che non sarò mai una vera recensitrice se scrivo unicamente recensioni positive. Dunque, largo alla verità.
     Purtroppo il prodotto incriminato è il Pan Gratì della nota azienda di cibi senza glutine, la Schar.
Da sempre azienda impeccabile e vicina alle necessità nutrizionali dei celiaci, sta ora commettendo delle imperdonabili pecche.
     Dal 2016 ad oggi il suo pan grattato presenta delle problematiche e a fronte delle ripetute segnalazioni dei consumatori, non soltanto la situazione resta immutata o peggiora, ma si finge che il problema non sussista e non persista. Il servizio consumatori e il reparto qualità negano l’esistenza di quanto denunciato dagli acquirenti. E puntualmente, come se non credessero alle parole riportate, chiedevano una fotografia a guisa di elemento probatorio.
     Passiamo dunque in rassegna alcune delle segnalazioni inoltrate agli uffici della Schar già dopo la negazione dell’evidenza. La ditta ha risposto una sola volta e con un’e-mail prestampata.
Pan Gratì Schar

SCHAR
Gentile Sig.ra,
grazie per la Sua segnalazione.
Ci dispiace per le esperienze negative che ha avuto con il nostro Pan Gratì e ci scusiamo per l’accaduto.
Per poter eseguire le verifiche necessarie sui campioni di prova in nostro possesso, abbiamo bisogno della data di scadenza e del numero di lotto (lettera accanto alla data di scadenza) delle confezioni in cui è stato riscontrato il problema. Ciò permetterà al nostro reparto Qualità di tracciare in modo corretto e trasparente i dati relativi alle fasi di lavorazione, al trasporto e allo stoccaggio del prodotto. Le saremmo grati se volesse comunicarci i dati richiesti per e-mail insieme alle foto del prodotto come da Lei descritto.
La Sua opinione di consumatrice attenta è molto importante per noi. Solo così potremo migliorare. È grazie alla collaborazione dei nostri affezionati clienti che possiamo venire a conoscenza di simili problemi e possiamo adottare tutte le misure necessarie per risolverli. Speriamo di averLa ancora tra i nostri clienti più fedeli.

Pan Gratì Schar
CONSUMATORI
Spett.le ditta, negli ultimi tempi all’interno delle confezioni di pan grattato (Pan Gratì) mi capita di trovare pezzi molto grandi e dalla consistenza dura. Vi prego di trovare una soluzione con sollecitudine e di non rispondere al mio reclamo con l’usuale evasività. Sono una vostra cliente fedele e ritengo di meritare rispetto.

La confezione di Pan Gratì (20.07.17 C) ha molti pezzi enormi al punto che devo utilizzare una schiumarola per filtrare il pan grattato. Perdo molto tempo in cucina.
Quando l’ho comunicato in farmacia, mi hanno risposto che Schar non bada molto né alla qualità né ai consumatori e mi hanno persuasa ad acquistare alimenti senza glutine di altre aziende.
Non potreste effettuare dei controlli? Anche una mia parente ha lo stesso problema e da tempo ormai!

Pan Gratì Schar Lotto 23.10.17F
Torno purtroppo a scrivervi in merito allo stesso problema riscontrato sullo stesso prodotto.
Cambia il lotto, ma il problema persiste. Pezzettoni di pan grattato non macinato adeguatamente continuano a trovarsi nelle confezioni di Pan Gratì. Lotto 23.10.17 F
Vi prego di controllare la vostra produzione e di riparare il macchinario. Un tempo il vostro prodotto era perfetto. La cosa ancor più riprovevole è che la mia precedente segnalazione è rimasta orfana di risposta.

Segnalo, per l’ennesima volta, un problema persistente. Le confezioni di Pan Gratì contengono pezzi di pan grattato non adeguatamente macinato. Lotto 23.10.17 F
Pan Gratì Schar
Allego, al presente reclamo, una fotografia che illustra la questione.
Ciò che più di ogni altra cosa ritengo vergognoso è il fatto che abbiate sempre negato l’esistenza del problema. Da cliente fedele, devo purtroppo dire che mi sento molto delusa dalla Schar.


     È un tale peccato che Schar trascuri proprio chi determina il suo fatturato!

mercoledì 22 novembre 2017

Intagli di frutta e verdura. Funghi con pere e mele

Decorazioni con i prodotti della natura: 
il boschetto di funghi con mele e pere
Intagli frutta verdura funghi mele pere Silvana Calabrese Blog
L'articolo fa parte della sezione "Intagli di frutta e verdura"
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domenica 19 novembre 2017

Cinquanta sfumature di abete

“La scorribanda legale” ha la sua Web Tv
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venerdì 17 novembre 2017

Aerosol a ultrasuoni Pic – recensione negativa

     Come si misura l’affidabilità e la serietà di un’azienda?
Aerosol a ultrasuoni Pic
Pollice verso Silvana Calabrese La scorribanda legale     Dal capitale sociale? Dalla fama accumulata entro e oltre le frontiere nazionali? Dalle innovazioni tecnologiche apportate alla propria gamma di prodotti? No, assolutamente no. 
     È il rapporto con il cliente che conta e l’attenzione che gli si dedica in quanto consumatore ed acquirente.
     Un tempo l’aerosol era considerato una gran noia. Gli apparecchi, gli unici in circolazione, erano della vecchia tecnologia a pistoni. Erano rumorosi e non molto veloci. Duravano in eterno, ma non rendevano piacevole la terapia locale delle vie respiratorie.
     Oggi si sono imposti sul mercato gli aerosol ad ultrasuoni e a caratterizzarli vi è la silenziosità unita alla velocità di nebulizzazione. La Pic è quasi leader sul mercato, ma si incorre sempre in una falla. Il reparto qualità dovrebbe iniziare a mettere in discussione se stesso se desidera raggiungere la perfezione.
     Esaminiamo una segnalazione.

Tubo di raccordo Pic
Consumatore
Salve, un mese fa ho acquistato un aerosol ad ultrasuoni Air Project.
Il tubo di raccordo, però, per la sua anatomia mal si presta ad essere adeguatamente pulito, ma soprattutto asciugato. Sarebbe possibile riceverne uno che non abbia insenature (rientranze ondulate) e che sia liscio?
Distinti saluti da un cliente poco soddisfatto del prodotto.

Pic
Buongiorno Signore,
in merito alla sua richiesta la informiamo che data la lunghezza del tubo, un ristagno d’acqua è possibile, la cosa non presenta alcun problema se si sta utilizzando il prodotto quotidianamente (magari durante una terapia, ma nel momento in cui si smette l’utilizzo prima di riporlo si consiglia un lavaggio con acqua, magari calda, di tendere il tubo nella sua lunghezza e di lasciarlo "steso" anche un’intera giornata per dar modo all’acqua di evaporare completamente ed evitare che si formino muffe.
Cordiali Saluti,
Servizio Clienti

Consumatore
Spett.le Servizio Clienti Pic,
Tubo di raccordo Pic con acqua stagnante
La ringrazio per la risposta, ma il procedimento da lei consigliato è ben lungi dal fornirmi una soluzione. L’acqua che ristagna nei meandri del tubo non evapora di certo in una giornata ma occorrono almeno sette giorni affinché ciò avvenga. Come anticipavo nel mio reclamo sarebbe più opportuno un tubo di raccordo liscio a garanzia di igiene e corretta asciugatura. In azienda avete mai fatto delle prove? Cordialmente

Pic
Buongiorno Signore,
In merito alla sua gentile richiesta la informiamo che tutti i tubi degli aerosol sono corrugati.
Accogliamo con grande piacere suggerimenti come quello che ci ha appena trasmesso. Artsana considera importantissima e insostituibile la voce dei Consumatori, dai quali trae ogni giorno idee, indicazioni e, a volte, anche critiche costruttive che diventano spunto di riflessione e stimolo a migliorarsi La sua osservazione è stata condivisa con l’Ufficio "Ricerca e Sviluppo".
Distinti Saluti Servizio Consumatori 

     The end. Sembra un modo diplomatico per mettere a tacere la segnalazione di un cliente che invece avrebbe dovuto essere accolta con grande vigore aziendale. 

giovedì 16 novembre 2017

Il nuovo governo si inaugura sotto i migliori auspici

Un nuovo governo finalmente, speriamo bene (così scrivevo) 
Governi italiani Italia crepata Silvana Calabrese Blog
Dopo le vicissitudini politiche che in breve tempo hanno condensato più storia che in un programma scolastico; dopo un governo caduto; elezioni anticipate; un governo che ha inasprito gli animi; un governo tecnico e l’ingovernabilità, Napolitano incarica Enrico Letta di formare un nuovo governo che si inaugura sotto i migliori auspici. L’elenco dei ministri scelti pare foriero di novità impensate per l’Italia. È scesa l’età media dei parlamentari, un traguardo non indifferente. È un governo misto che raccoglie esponenti del Partito Democratico e del Popolo della Libertà, una formazione operativa che osiamo pronosticare vincente, protesa al dialogo e avente come obiettivo la pronta guarigione del paese. [A due mesi dalle elezioni si schiera ora una squadra composta da 21 promettenti ministri. Per la prima volta fa la sua comparsa un ministro di colore, il medico congolese Cecile Kyenge. È ministro dell’Integrazione. La sua presenza porrà fine (si spera) ai residuali atteggiamenti di insofferenza razziale. Josefa Idem, canoista campionessa olimpica tedesca naturalizzata italiana, si occupa di ciò che le sta a cuore: lo sport e le politiche giovanili.  
A seguire: Alfano all’Interno e vicepremier; Bonino agli Esteri; Saccomanni (direttore della Banca d’Italia) all’Economia; Cancellieri alla Giustizia; Mauro alla Difesa; Giovannini (presidente dell’Istat) al Lavoro; il rettore Carrozza all’Istruzione; Zanonato (Pd) allo Sviluppo economico; Lupi (Pdl) alle Infrastrutture; Orlando (Pd) all’Ambiente; Bray (direttore della Treccani) a Cultura e Turismo, Lorenzin (Pdl) alla Salute; De Girolamo alle Politiche agricole e forestali; Trigilia (Pd) alla Coesione territoriale; Milanesi agli Affari Ue; Delrio agli Affari Regionali; D’Alia alla Pubblica Amministrazione; Franceschini ai Rapporti con il Parlamento; Quagliariello alle Riforme Costituzionali.
Il giuramento è avvenuto secondo una formula pronunciata da tutti i ministri «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Le difficoltà vissute fino ad oggi conferiscono un’aura di sacralità al giuramento. Questa volta andrà mantenuto parola per parola.] Si spera in un governo che dimostri maturità in modo che i cittadini ne divengano onesti emulatori. Ci si augura anche di non avvertire più la pressione di nuove tasse perché esse altro non sono che contributi non volontari. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 1 maggio 2013, p. 22.

domenica 12 novembre 2017

Da un grande potere derivano grandi responsabilità, vero Rettore?

     Magnifico Rettore Antonio Felice Uricchio,
torno a scriverle, ma per l’ultima volta. Posso solo immaginare il gran sollievo che queste righe le stiano donando. Silvana Calabrese non busserà più alla porta della sua coscienza! Presto o tardi comunque la misteriosa signora coscienza presenta il conto.
Rettorato Uniba Uricchio Spider-man
     Tempo addietro mi concesse gentilmente udienza in merito al mio articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 25 maggio 2015 e rieditato sul blog "La scorribanda legale": “Università. I concorsi, scusanti per assumere raccomandati. Una testimonianza sul perpetuo marciume universitario”. Mi rassicurò molto sapere che aveva già preso dei provvedimenti incaricando una commissione di indagine di far luce sulla situazione vigente nel Dottorato di ricerca da me concluso. In successive e-mail continuò a confermarmi la presenza di commissari al lavoro. Era il 18 settembre del 2015. Esattamente un anno dopo (a seguito di mie sollecitazioni) mi giunse per posta elettronica l’avviso che entro tempi strettissimi la Commissione si sarebbe riunita per il verbale finale. Tuttavia non ero nemmeno stata convocata. Quanto di vero ci sia mai stato intorno a questa misteriosa Commissione di indagine è tutto da appurare o da archiviare come “noncuranza del Rettore”.
     Non mi aspettavo giustizia appellandomi alla sua figura, ma soltanto la dignità di un chiarimento. Me l’ha negata come mai si dovrebbe negare un diritto vitale ad un essere umano. Trovo molto semplice che lei ricopra una posizione di tale rilievo e potere se poi evita le responsabilità che da essa derivano.
     Perfino quando le scrissi della richiesta inqualificabile del suo dipendente V*** R****, il quale desiderava il mio lavoro di ricerca (la vicenda si tradusse poi in articolo: “Giustizieri della notte. Il valore del duro lavoro”), lei mi rispose con nonchalance. È incredibile quanto la gente comune ignori i meccanismi perversi che aleggiano sulle istituzioni pubbliche.
     Tuttavia è mio dovere ringraziarla, anzi sono decisamente in debito con lei per la lezione di vita che mi ha trasferito. Infischiandosene di quanto le accade tra le mura accademiche lei mi ha trasmesso un sommo insegnamento: bisogna imparare a farsi giustizia da soli ovviamente al labile confine tra il lecito e l’illecito, senza invocare un potere superiore. Delineando un bilancio, effettivamente è quasi ciò che ho fatto io, ed è per questo motivo che durante la nostra prima udienza esordii con le testuali parole: «Non sono qui per scusarmi del mio articolo, ma solo per spiegargliene l’origine».
     Se pensa di non gradire queste mie righe, ricordi che c’è sempre qualcosa di peggio come ad esempio la certezza che quanto scritto finirà immediatamente anche sul mio blog!
Non è ripicca, ma solo e soltanto il mio desiderio di non deludere le sue aspettative. Ricorda di aver imbastito un breve rapporto epistolare con una persona alla quale riportò queste esatte parole? «Purtroppo la Calabrese lancia spesso questi blog al punto che è stata da me attivata una commissione su quanto denuncia». L’e-mail è datata 2 novembre 2015. È coeva rispetto alle comunicazioni nei miei confronti, ma totalmente diversa nei toni. Senz’altro dimostra la sua austerità unita a grande maturità.
Antonio Felice Uricchio calunnia Silvana Calabrese

     Per quanto sia sporca, lercia o lurida… questa è la verità.
     Non si scomodi a rispondere, è già tutto sufficientemente chiaro. 
     Silvana Calabrese

venerdì 10 novembre 2017

Il diritto di voto duramente conquistato, ora alle ortiche viene gettato

È come un dono, non ci si può astenere dal riceverlo
La scorribanda legale Silvana Calabrese blog
Il diritto di voto duramente conquistato, ora alle ortiche viene gettato. Le circostanze sono favorevoli alla fioritura di una rima. Siamo stati chiamati al voto in occasione delle elezioni politiche italiane del 2013 per il rinnovo dei due rami del Parlamento italiano (Camera dei deputati e Senato della Repubblica). I media ne parlano in termini di scarsa affluenza, inferiore rispetto ad altri eventi elettorali. L’esercizio del voto non è solo un diritto, ma costituisce un dovere che investe i cittadini. L’astensione dallo stesso, anche se mossa da un crollo di fiducia nel sistema peninsulare già affetto da numerose vicissitudini, non trova giustificazioni e anzi rappresenta un danno per i rinunciatari. Si sente spesso asserire che il vero fallimento risieda nella rinuncia e in effetti l’assunto è inconfutabile. Mentre un concreto deperimento lo ha subito l’espressione «Italia: bel paese». Con chiarezza interviene la Costituzione, in vigore dal 1948, che nei primi commi dell’art. 48 sancisce e garantisce che «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Il popolo è stanco della realtà attuale accompagnata da una politica lontana dal vissuto dei cittadini. Questo però è un alibi, scusante dell’assenteismo (probabile riflesso del comportamento dei parlamentari). Per suffragare il mio assunto citerò i referendum abrogativi del 2005, distinti in 4 quesiti sulla legge n. 40 del 19.02.2004 «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita». Si tennero il 12 e 13 giugno 2005 e non raggiunsero il quorum. È nitido il ricordo di quelle mattine di sole. Mi recai alle urne e poi in spiaggia. Ossia anteposi il dovere al piacere. Ma in troppi assunsero un comportamento divergente rispetto al mio: donne biologicamente improduttive o già madri; uomini; ragazzi/e che non avevano compreso il peso della scelta. Il voto è necessario anche quando il suo esito non ci tange in prima persona. Ma questo discorso deraglia ora verso ciò che diamo per scontato, ovvero il modo ispido col quale siamo giunti a conquistare questo nostro diritto. Il suffragio universale venne istituito dopo la II guerra mondiale. Precedentemente, nell’età giolittiana, definita epoca di riforme, si previde il suffragio universale maschile nel 1912: per la prima volta in Italia il diritto di voto veniva allargato a tutta la popolazione maschile al di sopra dei 21 anni, indipendentemente dal reddito degli elettori, purché sapessero leggere e scrivere e avessero adempiuto agli obblighi del servizio militare. Rimaneva l’esclusione degli analfabeti, che potevano accedere al voto solo dopo aver compiuto i 30 anni, e delle donne alle quali il voto fu riconosciuto nel 1946. Un diritto è come un dono: non ci si dovrebbe astenere mai dal riceverlo. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 27 febbraio 2013, p. 32.

martedì 7 novembre 2017

Andare in bicicletta è la cosa più energizzante

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sabato 4 novembre 2017

Pensare la vita di Francesco Bellino

     Recensione: Francesco Bellino, Pensare la vita. Bioetica e nuove prospettive euristiche, Cacucci Editore, Bari 2013, pp. 398.
     In tempi incerti e complessi, occorre Pensare la vita. Il progresso ci ha consentito di scalare vette imponenti in ogni ambito, di raggiungere la dimensione immensa del cosmo e quella infinitesimale delle nanotecnologie. Tramite queste conquiste, il genere umano ha espresso potere, dissipandone una gran mole.
Francesco Bellino Pensare la vita Silvana Calabrese     Il potere presenta aspetti ignoti a chi da esso si lascia irretire: corrode l’integrità morale; disperde alcune certezze sostituendole con altre fittizie; comporta la perdita del potere di controllarlo, un aspetto paradossale ma inconfutabile.
     Cambiamenti radicali hanno coinvolto l’uomo che al tempo stesso è vittima ed aguzzino di se stesso.
A fronte delle minacce di morte nucleare ed ecologica alle quali siamo costantemente sottoposti, l’ebbrezza del progresso ha ceduto il posto ad antiche questioni filosofiche.
     Gli sconvolgimenti climatici di cui l’umanità è artefice potrebbero portare ogni forma di vita al crepuscolo. Per invertire la rotta occorre un serio impegno individuale che ci induca a varcare la soglia delle nostre certezze per protendere lo sguardo su una realtà ben più estesa: l’universo vitale all’interno del quale ogni danno cagionato su scala ridotta vedrà il suo effetto nettamente amplificato, spesso irreparabilmente. Tutto questo può tradursi in un semplice lemma: consapevolezza, la consapevolezza che ciò che accade a mille miglia da noi ci riguarda tanto quanto una ferita purulenta sul nostro corpo.
     C’è un vuoto intorno a noi, ma non è individuabile poiché colmato dalla sostituzione del valore col prezzo e dei valori con la materialità. Si tratta di una grave frattura morale che, se impiegassimo il gergo medico, definiremmo scomposta. Prendere coscienza dell’esistenza di tale frattura potrebbe liberare un profondo senso di angoscia e, al tempo stesso, portarci a riconoscere i problemi che ci sommergono. È proprio questo il primo step per un nuovo inizio, per nuovi ripensamenti sul cammino dell’umanità.
copertina Lettera Internazionale 118 Silvana Calabrese
     Si sta imponendo la necessità di sostituire alla volontà di potere la volontà di empatia.
     Alla convinzione di detenere potere corrisponde un’enorme e consolidata fragilità dell’io che viene placata dall’uso di antidepressivi e di ansiolitici. Allo stesso tempo, gli individui non avvertono la scintilla vitale e la ricercano in stimoli sempre più forti all’interno di una società anestetizzata. Soffriamo di malattie dell’anima: ne allontaniamo i sintomi assumendo farmaci dell’anima. La vera cura risiede nell’affrontare i meandri dell’animo con un’introspezione vigile.
     La nostra missione non è quella di cambiare il mondo nella sua immensità, ciò non solo è velleitario ma anche sbagliato. L’unica via percorribile ce la segnala Epitteto, il quale insegnava che si deve cambiare il mondo quotidianamente a partire dalle proprie singole azioni.
     Numerosi sono gli elementi che occorre ripensare e riconsiderare alla luce degli errori commessi e di una visione prospettica da coltivare. Ad esempio, la felicità che ci affanniamo a ricercare ed inseguire come fine della nostra vita e del nostro agire; quella stessa felicità che sovente rischia di non essere il risultato della nostra arte di vivere, bensì il prodotto di fattori esterni, non è un punto di approdo. È uno stato d’animo temporaneo di cui gioire secondo la logica del carpe diem. Non è perenne e non si ripete a intervalli regolari. 
     La recensione è apparsa su «Lettera Internazionale», Rivista trimestrale europea, Edizione italiana, IV trimestre 2013 N. 118, Arti Grafiche La Moderna, Roma 2014, p. 56.

mercoledì 1 novembre 2017

Intagli di frutta e verdura. Koala con kiwi

Decorazioni con i prodotti della natura: 
cucciolo di Koala con kiwi
Intagli di frutta e verdura. Koala con kiwi

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