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domenica 12 novembre 2017

Da un grande potere derivano grandi responsabilità, vero Rettore?

     Magnifico Rettore Antonio Felice Uricchio,
torno a scriverle, ma per l’ultima volta. Posso solo immaginare il gran sollievo che queste righe le stiano donando. Silvana Calabrese non busserà più alla porta della sua coscienza! Presto o tardi comunque la misteriosa signora coscienza presenta il conto.
Rettorato Uniba Uricchio Spider-man
     Tempo addietro mi concesse gentilmente udienza in merito al mio articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 25 maggio 2015 e rieditato sul blog "La scorribanda legale": “Università. I concorsi, scusanti per assumere raccomandati. Una testimonianza sul perpetuo marciume universitario”. Mi rassicurò molto sapere che aveva già preso dei provvedimenti incaricando una commissione di indagine di far luce sulla situazione vigente nel Dottorato di ricerca da me concluso. In successive e-mail continuò a confermarmi la presenza di commissari al lavoro. Era il 18 settembre del 2015. Esattamente un anno dopo (a seguito di mie sollecitazioni) mi giunse per posta elettronica l’avviso che entro tempi strettissimi la Commissione si sarebbe riunita per il verbale finale. Tuttavia non ero nemmeno stata convocata. Quanto di vero ci sia mai stato intorno a questa misteriosa Commissione di indagine è tutto da appurare o da archiviare come “noncuranza del Rettore”.
     Non mi aspettavo giustizia appellandomi alla sua figura, ma soltanto la dignità di un chiarimento. Me l’ha negata come mai si dovrebbe negare un diritto vitale ad un essere umano. Trovo molto semplice che lei ricopra una posizione di tale rilievo e potere se poi evita le responsabilità che da essa derivano.
     Perfino quando le scrissi della richiesta inqualificabile del suo dipendente V*** R****, il quale desiderava il mio lavoro di ricerca (la vicenda si tradusse poi in articolo: “Giustizieri della notte. Il valore del duro lavoro”), lei mi rispose con nonchalance. È incredibile quanto la gente comune ignori i meccanismi perversi che aleggiano sulle istituzioni pubbliche.
     Tuttavia è mio dovere ringraziarla, anzi sono decisamente in debito con lei per la lezione di vita che mi ha trasferito. Infischiandosene di quanto le accade tra le mura accademiche lei mi ha trasmesso un sommo insegnamento: bisogna imparare a farsi giustizia da soli ovviamente al labile confine tra il lecito e l’illecito, senza invocare un potere superiore. Delineando un bilancio, effettivamente è quasi ciò che ho fatto io, ed è per questo motivo che durante la nostra prima udienza esordii con le testuali parole: «Non sono qui per scusarmi del mio articolo, ma solo per spiegargliene l’origine».
     Se pensa di non gradire queste mie righe, ricordi che c’è sempre qualcosa di peggio come ad esempio la certezza che quanto scritto finirà immediatamente anche sul mio blog!
Non è ripicca, ma solo e soltanto il mio desiderio di non deludere le sue aspettative. Ricorda di aver imbastito un breve rapporto epistolare con una persona alla quale riportò queste esatte parole? «Purtroppo la Calabrese lancia spesso questi blog al punto che è stata da me attivata una commissione su quanto denuncia». L’e-mail è datata 2 novembre 2015. È coeva rispetto alle comunicazioni nei miei confronti, ma totalmente diversa nei toni. Senz’altro dimostra la sua austerità unita a grande maturità.
Antonio Felice Uricchio calunnia Silvana Calabrese

     Per quanto sia sporca, lercia o lurida… questa è la verità.
     Non si scomodi a rispondere, è già tutto sufficientemente chiaro. 
     Silvana Calabrese

venerdì 10 novembre 2017

Il diritto di voto duramente conquistato, ora alle ortiche viene gettato

È come un dono, non ci si può astenere dal riceverlo
La scorribanda legale Silvana Calabrese blog
Il diritto di voto duramente conquistato, ora alle ortiche viene gettato. Le circostanze sono favorevoli alla fioritura di una rima. Siamo stati chiamati al voto in occasione delle elezioni politiche italiane del 2013 per il rinnovo dei due rami del Parlamento italiano (Camera dei deputati e Senato della Repubblica). I media ne parlano in termini di scarsa affluenza, inferiore rispetto ad altri eventi elettorali. L’esercizio del voto non è solo un diritto, ma costituisce un dovere che investe i cittadini. L’astensione dallo stesso, anche se mossa da un crollo di fiducia nel sistema peninsulare già affetto da numerose vicissitudini, non trova giustificazioni e anzi rappresenta un danno per i rinunciatari. Si sente spesso asserire che il vero fallimento risieda nella rinuncia e in effetti l’assunto è inconfutabile. Mentre un concreto deperimento lo ha subito l’espressione «Italia: bel paese». Con chiarezza interviene la Costituzione, in vigore dal 1948, che nei primi commi dell’art. 48 sancisce e garantisce che «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Il popolo è stanco della realtà attuale accompagnata da una politica lontana dal vissuto dei cittadini. Questo però è un alibi, scusante dell’assenteismo (probabile riflesso del comportamento dei parlamentari). Per suffragare il mio assunto citerò i referendum abrogativi del 2005, distinti in 4 quesiti sulla legge n. 40 del 19.02.2004 «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita». Si tennero il 12 e 13 giugno 2005 e non raggiunsero il quorum. È nitido il ricordo di quelle mattine di sole. Mi recai alle urne e poi in spiaggia. Ossia anteposi il dovere al piacere. Ma in troppi assunsero un comportamento divergente rispetto al mio: donne biologicamente improduttive o già madri; uomini; ragazzi/e che non avevano compreso il peso della scelta. Il voto è necessario anche quando il suo esito non ci tange in prima persona. Ma questo discorso deraglia ora verso ciò che diamo per scontato, ovvero il modo ispido col quale siamo giunti a conquistare questo nostro diritto. Il suffragio universale venne istituito dopo la II guerra mondiale. Precedentemente, nell’età giolittiana, definita epoca di riforme, si previde il suffragio universale maschile nel 1912: per la prima volta in Italia il diritto di voto veniva allargato a tutta la popolazione maschile al di sopra dei 21 anni, indipendentemente dal reddito degli elettori, purché sapessero leggere e scrivere e avessero adempiuto agli obblighi del servizio militare. Rimaneva l’esclusione degli analfabeti, che potevano accedere al voto solo dopo aver compiuto i 30 anni, e delle donne alle quali il voto fu riconosciuto nel 1946. Un diritto è come un dono: non ci si dovrebbe astenere mai dal riceverlo. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 27 febbraio 2013, p. 32.

martedì 7 novembre 2017

Andare in bicicletta è la cosa più energizzante

“La scorribanda legale” ha la sua Web Tv

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sabato 4 novembre 2017

Pensare la vita di Francesco Bellino

     Recensione: Francesco Bellino, Pensare la vita. Bioetica e nuove prospettive euristiche, Cacucci Editore, Bari 2013, pp. 398.
     In tempi incerti e complessi, occorre Pensare la vita. Il progresso ci ha consentito di scalare vette imponenti in ogni ambito, di raggiungere la dimensione immensa del cosmo e quella infinitesimale delle nanotecnologie. Tramite queste conquiste, il genere umano ha espresso potere, dissipandone una gran mole.
Francesco Bellino Pensare la vita Silvana Calabrese     Il potere presenta aspetti ignoti a chi da esso si lascia irretire: corrode l’integrità morale; disperde alcune certezze sostituendole con altre fittizie; comporta la perdita del potere di controllarlo, un aspetto paradossale ma inconfutabile.
     Cambiamenti radicali hanno coinvolto l’uomo che al tempo stesso è vittima ed aguzzino di se stesso.
A fronte delle minacce di morte nucleare ed ecologica alle quali siamo costantemente sottoposti, l’ebbrezza del progresso ha ceduto il posto ad antiche questioni filosofiche.
     Gli sconvolgimenti climatici di cui l’umanità è artefice potrebbero portare ogni forma di vita al crepuscolo. Per invertire la rotta occorre un serio impegno individuale che ci induca a varcare la soglia delle nostre certezze per protendere lo sguardo su una realtà ben più estesa: l’universo vitale all’interno del quale ogni danno cagionato su scala ridotta vedrà il suo effetto nettamente amplificato, spesso irreparabilmente. Tutto questo può tradursi in un semplice lemma: consapevolezza, la consapevolezza che ciò che accade a mille miglia da noi ci riguarda tanto quanto una ferita purulenta sul nostro corpo.
     C’è un vuoto intorno a noi, ma non è individuabile poiché colmato dalla sostituzione del valore col prezzo e dei valori con la materialità. Si tratta di una grave frattura morale che, se impiegassimo il gergo medico, definiremmo scomposta. Prendere coscienza dell’esistenza di tale frattura potrebbe liberare un profondo senso di angoscia e, al tempo stesso, portarci a riconoscere i problemi che ci sommergono. È proprio questo il primo step per un nuovo inizio, per nuovi ripensamenti sul cammino dell’umanità.
copertina Lettera Internazionale 118 Silvana Calabrese
     Si sta imponendo la necessità di sostituire alla volontà di potere la volontà di empatia.
     Alla convinzione di detenere potere corrisponde un’enorme e consolidata fragilità dell’io che viene placata dall’uso di antidepressivi e di ansiolitici. Allo stesso tempo, gli individui non avvertono la scintilla vitale e la ricercano in stimoli sempre più forti all’interno di una società anestetizzata. Soffriamo di malattie dell’anima: ne allontaniamo i sintomi assumendo farmaci dell’anima. La vera cura risiede nell’affrontare i meandri dell’animo con un’introspezione vigile.
     La nostra missione non è quella di cambiare il mondo nella sua immensità, ciò non solo è velleitario ma anche sbagliato. L’unica via percorribile ce la segnala Epitteto, il quale insegnava che si deve cambiare il mondo quotidianamente a partire dalle proprie singole azioni.
     Numerosi sono gli elementi che occorre ripensare e riconsiderare alla luce degli errori commessi e di una visione prospettica da coltivare. Ad esempio, la felicità che ci affanniamo a ricercare ed inseguire come fine della nostra vita e del nostro agire; quella stessa felicità che sovente rischia di non essere il risultato della nostra arte di vivere, bensì il prodotto di fattori esterni, non è un punto di approdo. È uno stato d’animo temporaneo di cui gioire secondo la logica del carpe diem. Non è perenne e non si ripete a intervalli regolari. 
     La recensione è apparsa su «Lettera Internazionale», Rivista trimestrale europea, Edizione italiana, IV trimestre 2013 N. 118, Arti Grafiche La Moderna, Roma 2014, p. 56.

mercoledì 1 novembre 2017

Intagli di frutta e verdura. Koala con kiwi

Decorazioni con i prodotti della natura: 
cucciolo di Koala con kiwi
Intagli di frutta e verdura. Koala con kiwi

L'articolo fa parte della sezione "Intagli di frutta e verdura"
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domenica 29 ottobre 2017

Lettera a un figlio mai nato

Silvana Calabrese bambina
Silvana Calabrese     Ti immagino come se tu fossi accanto a me capace di comprendere, ma soprattutto di ascoltare. Tu non appartieni a questo mondo e ciò ti rende in grado di guardare le cose da altre prospettive, senza influenze, senza delusioni. Tu sei il figlio/a che non ho mai messo al mondo… e nemmeno concepito, intendiamoci! Però ti voglio scrivere, sento di doverti almeno questo dato che comincio a credere che non ti darò mai alla luce. Non mi piace questa società e perdonami se mi arrogo il diritto di scegliere per te. 
     Ti scrivo qualche riga così almeno saprò che abbiamo avuto un legame. Aspettative, speranze, ammonizioni e anche come ti avrei immaginato. Per prima cosa ti avrei preferito maschio, perché è una balla quella della parità dei sessi. Tra uomo e donna c’è una disparità insanabile e le donne non godranno mai del rispetto che meritano sul nostro pianeta.
     Ti avrei voluto forte e determinato, proprio come me, ma decisamente meno sensibile. Per il tuo avvenire avrei gradito una società caratterizzata dal rispetto per il prossimo e dall’immedesimazione. In merito alle amicizie, avrei voluto che tu provassi la gioia di una risata spontanea con amici sinceri. È questo il dono più grande dell’amicizia vera che fa tanto bene alla psiche e al sistema immunitario.
Sarebbe stato bello vederti crescere in compagnia di un forte entusiasmo perché esso è il motore trainante della società ed è anche ciò che le manca.
     Al tuo fianco, per la vita, avrei voluto un partner che ti completi. Uomo o donna, non ha alcuna importanza, l’omofobia deve finire.
     Mi sarebbe piaciuto guardarti negli occhi intravedendo in essi una parte di me, quella migliore, unita al tuo spirito serio, allegro e dinamico, ma anche onesto e generoso.
     Avrei voluto stringerti tra le braccia sapendo che l’unico vero e significativo segno del mio passaggio sulla Terra sei tu e soltanto tu. Perché solo tu avresti potuto perpetuare il mio lavoro portando in dote un pizzico della mia essenza e trasmettendola ai tuoi figli.
     È assurdo che io scriva proprio a te che nemmeno esisti? Non lo so, ma sono certa che a te piacerebbe leggere le mie parole perché tu saresti gentile, educato e disponibile al dialogo e all’ascolto.
     Per te vorrei solo e soltanto il meglio insieme a ciò che mi è mancato nella vita. 
     Ovunque tu sia, sappi che ti avrei amato tanto. 

giovedì 26 ottobre 2017

Ritratti di famiglia e infanzia

     Recensione: Giovanna Da Molin (a cura di), Ritratti di famiglia e infanzia. Modelli differenziali nella società del passato, Cacucci Editore, Bari 2011, pp. 205.
     Breve e loquace nello stesso tempo. Si tratta del titolo di un testo, in questo caso l’allusione immediata è al ritratto, quello strumento personale o artistico che dona eternità a persone, oggetti, contesti. L’opera ci permetterà di recuperare le istantanee della società del passato, anzi i ritratti di famiglia e infanzia. Un ritratto possiede un’aura differente rispetto alla fotografia. Ogni pennellata, ciascuna sfumatura e ciascun gioco di luci e ombre sono ponderati dal pittore, attraversano il tempo e giungono fino all’osservatore odierno che dovrà dimostrare pazienza e sensibilità per poter cogliere ognuna di quelle tinte. Ci sono molti modi di osservare le tracce del passato rispettando il criterio della contestualizzazione e dell’avalutatività.
     Famiglia e infanzia sono interconnessi. La famiglia rappresenta la cellula più piccola della società, in genere è composta da genitori e figli e dunque costituisce la culla dell’infanzia. La famiglia odierna è caratterizzata da una fragilità, che spesso la interrompe, e da nuove forme come le convivenze. Dal volume emerge un preciso senso ed un’immagine della famiglia e dell’infanzia. Ma a quale tipo di infanzia siamo abituati? L’infante odierno vive circondato da cure, affetti ed eccessi. Nel 2007 in Italia sono state riproposte le ruote dei trovatelli, ma questa è una realtà che affonda le sue radici nei secoli dell’età moderna. Il sentimento dell’infanzia nasce in condizioni demografiche sfavorevoli caratterizzate da elevata natalità e mortalità che falcidiava i piccoli nei primi anni di vita rendendo difficile il raggiungimento del quinto anno d’età. La storia della famiglia ha subito notevoli trasformazioni nel corso dei secoli, mutamenti di forma, struttura, funzioni e valori, e gli scavi archivistici ci restituiscono una visione parziale delle epoche passate.
Giovanna da Molin ritratti di famiglia e infanzia Silvana Calabrese     Uno dei capitoli di storia moderna tra i più toccanti e, paradossalmente, tra i più floridi per gli studiosi è quello dell’infanzia abbandonata con le sue innumerevoli tracce. Un ambito altrimenti inesplorabile se considerassimo il fanciullo all’interno del nucleo familiare. L’abbandono dei bambini era un fenomeno dai connotati allarmanti dettato da condizioni di miseria o dal disonore laddove le origini fossero state illegittime. L’istituzione della ruota, posta all’esterno di brefotrofi e orfanotrofi, fu l’unica possibilità di sopravvivenza per i figli non voluti che insieme avrebbero condiviso lo svantaggio della censura delle proprie origini e una vita insieme a numerosi orfani ed esposti.
     Il saggio di Angelo Bianchi, Famiglie povere nella Milano della Restaurazione. Note su assistenza agli orfani e condizione vedovile, propone un’analisi dei fascicoli relativi all’infanzia e alla gioventù orfana di Milano alla scoperta di giornate, mesi, anni di permanenza in istituto tra carriera scolastica e avviamento al lavoro. È emerso che venivano ceduti all’orfanotrofio nella maggior parte dei casi gli orfani di padre perché nel nucleo, venuta a mancare la figura di riferimento reddituale, la situazione economica subiva un tracollo con rotta verso l’indigenza.
     Un tema attuale osservato in prospettiva storica è invece quello trattato nel contributo Fanciulle violate: i processi criminali a Bari nel XIX secolo. Il Tribunale, per mezzo delle deposizioni nei verbali dei processi, si erge a luogo in cui persone di ogni ceto hanno potuto imprimere nella storia parte delle loro azioni quotidiane. I delicta carnis, ovvero i reati sessuali dovevano però fronteggiare l’inossidabile paratia di omertà comprensibile se contestualizzata: le vicende di abusi si collocano sullo sfondo di una società incentrata sulla tutela dell’onore e sulla verginità prematrimoniale. Dall’analisi dei processi istruiti presso la Corte di Assise di Bari si evincerà il ruolo dell’infanzia nella società ottocentesca unita ai rapporti interpersonali tra familiari, coniugi e alle possibili reazioni popolari alla notizia di uno stupro. Spesso il carnefice vive nella stessa abitazione della vittima, dunque la violenza diviene domestica e talvolta sconfina nell’uxoricidio con il medesimo denominatore della società attuale: l’inesistenza di distinzioni culturali, economiche o anagrafiche.
     Ad allestire il teatro di un abuso minorile erano proprio le condizioni di vita infantile, sempre tanto vulnerabile alla premeditazione o al raptus di un malintenzionato.
     Rossella Del Prete esamina l’articolazione socio–professionale della famiglia dei musicisti a Napoli in età moderna perché il nucleo familiare di appartenenza ha un preciso rilievo nella formazione del musicista. Sorse l’educazione musicale volta ad inserirsi nella formazione dell’uomo comune dato che la richiesta di musica coinvolse anche gli usi profani ed il mondo cristiano. Ma all’infanzia abbandonata nei conservatori toccò un aspetto poco gratificante dell’istruzione musicale: è il caso degli eunuchi, castrati in età prepuberale al fine di sfruttare le particolari doti vocali dei bambini conservandone il timbro dolce ed acuto.
L'Aquilone Daniele Giancane Silvana Calabrese     Annamaria de Pinto presenta Reclusione e malattia nel Real Ospizio di Giovinazzo nell’Ottocento sottolineando le precarie condizioni in cui versavano i reclusi negli istituti assistenziali del Regno di Napoli. Alla premura pedagogica volta a formare buoni e onesti cittadini si contrappone un’alimentazione scarsa e inadeguata. Si pensi che una bevanda usuale per l’epoca era il vino come surrogato dell’acqua in genere non potabile. Scarsa l’igiene, per nulla arieggiati e luminosi gli ambienti quali il dormitorio: questi sono alcuni dei fattori causa dell’insorgenza di malattie letali.
     L’inserimento attivo nel mondo del lavoro in età moderna ha da sempre costituito una premura finalizzata a non vanificare gli sforzi dell’istituto assistenziale che si occupava dei piccoli orfani ed esposti. Le macchine assistenziali avevano il compito di indirizzare la frangia più fragile dell’infanzia verso un destino sociale proteso al miglioramento. Lo dimostra Maria Federighi nel saggio Dentro e fuori le mura. Assistenza e formazione al lavoro dei fanciulli nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca nell’Ottocento. Il lavoro si prospetta come strumento disciplinare e di controllo sociale e di prevenzione di episodi di devianza. L’opera di scavo archivistico ci regala documenti che hanno il pregio di suscitare commozione in chi li studia, come si desume dalla storia di un orfano di ambo i genitori, allevato in istituto, avviato al lavoro e divenuto benestante e che all’apice della sua carriera professionale effettua una donazione corredata da una lettera in cui esprime gratitudine verso l’istituto che gli ha fornito aiuto nel momento di estremo bisogno.
     Carla Ge Rondi delinea la Vita in famiglia in due comunità del territorio pavese agli inizi dell’Ottocento, Voghera e Vigevano che ricalcano il modello familiare presente nella penisola: famiglia nucleare composta da genitori e figli. Marcata è la presenza di vedove rispetto ai vedovi a Voghera, mentre opposto è il trend di Vigevano. L’autrice si interroga sui fattori che spieghino tale differenza come il ritorno di una vedova presso la famiglia d’origine e la propensione o meno a contrarre le seconde nozze da parte dei vedovi di Vigevano.
     Silvana Raffaele pizzica le sottili corde delle Strategie matrimoniali e patrimoniali. Dinamiche familiari nella Sicilia moderna: monaci, suore, cavalieri e «maritati». Si tratta di famiglie aristocratiche le cui azioni risentono delle formule riconducibili alla gestione del potere e alla conservazione del patrimonio. La successione ereditaria seguiva pedissequamente l’ordine di genitura in linea maschile. Spesso le figlie, per non disperdere il patrimonio, venivano destinate alla monacazione priva di vocazione, ma in altri casi almeno la primogenita poteva maritarsi, previa concessione della dote, imbastendo così dei legami di parentela con altre famiglie.
     Flores Reggiani illustra La costruzione dell’identità sociale degli esposti bollati come malavitosi in potenza. Eppure la loro vita in ospizio era orientata a una rigida disciplina per la quale l’inosservanza di una norma prevedeva una punizione severa.
     Raffaella Salvemini spiega La gestione delle Annunziate in età moderna: il caso di Aversa e Cosenza. A fronte di rendite scarse si prospettava una notevole difficoltà nella gestione delle opere pie spesso anticamere della morte per i piccoli trovatelli. La ripercussione immediata riguarda la condizione dei projetti. Numerosi sono i casi in cui mancano i registri relativi alla gestione degli istituti, si tratta di una situazione frutto di negligenza che è stata rilevata dalle inchieste del tempo e negativamente giudicata da ispettori incaricati di stilare delle relazioni sugli esposti.
     In un’indagine multiscopo dell’Istat sugli aspetti della vita quotidiana, datata 2010, ho constatato che la disoccupazione rappresenta uno dei maggiori problemi nel novero di quelli percepiti dai cittadini italiani. La disoccupazione equivale all’assenza di lavoro.
     Dal volume ho potuto desumere l’accezione che il lavoro aveva nei secoli dell’età moderna.
     Se dovessi attribuire un aggettivo a lavoro, sceglierei precoce. Specialmente nelle famiglie di addetti all’agricoltura i figli maschi erano considerati forza–lavoro.
     Prendendo in esame gli studi condotti sugli istituti assistenziali emerge che:
-          l’avviamento professionale era una premura al fine di non vanificare gli sforzi dell’istituto;
-          l’occupazione manuale era uno strumento disciplinare, scandiva le giornate bandendo i possibili disordini legati all’inoperosità (all’interno dell’istituto);
-          il lavoro era uno strumento di controllo sociale proteso a evitare manifestazioni di devianza e di marginalità (nella società);
-          l’esercizio di una professione fin dalla giovane età rappresentava un’opportunità di socializzazione al di fuori dell’istituto. Ad esempio avveniva un’integrazione del giovane con il nucleo familiare del datore;
-          il lavoro rappresentava altresì un elemento che rendeva possibile un’elevata realizzazione personale come testimoniato dalla lettera di ringraziamento dell’industriale ex ricoverato nella Pia Casa di Beneficenza di Lucca, Umberto Asciutti, orfano di ambo i genitori (pp. 108–109);
-          vi sono anche casi in cui il lavoro poteva tramutarsi in anticamera della morte come recita la descrizione della disgrazia avvenuta all’orfano di padre Stefano Francescani, deceduto all’età di 14 anni per essere caduto, nella bottega del fabbro ferraio, su di un ferro che gli ha trapassato la mascella esponendolo al tetano (pp. 105–106). Questo episodio si colloca tra le pagine più toccanti dell’infanzia moderna: quella abbandonata e quella orfana. 


     La recensione è apparsa su «L’Aquilone», Rivista di letteratura giovanile, anno 2012, N. 7, Mario Adda Editore, Bari 2012, pp. 74–78.

lunedì 23 ottobre 2017

Fumare sul bus Amtab o pestare l’autista

“La scorribanda legale” ha la sua Web Tv

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